lunedì 24 giugno 2013

Tasse e ginnastica

Non me la sento di sparare sulla Idem, soprattutto ora che sta dando le ultime penose pagaiate da ministra, dimostrando come non sempre i vincenti nello sport siano tali anche in altri campi: è triste che la sua dimensione umana non corrisponda all'immagine che sostenitori e tifosi si erano costruiti dell'atleta e della donna, ma occorre farsene una ragione, ponendo mente all'incontrovertibile assioma che tutti hanno le proprie miserie, nascoste talora dietro sfavillanti medaglie. E non depone certo a favore della madama che abbia opposto alle accuse rivoltele quelle che non possono trasformarsi improvvisamente in patacche sul petto, riuscendo peraltro in qualche modo a svilirle, giusto per difendere il pur considerevole didietro. Che dev'essere inteso non tanto nell'accezione fisica, quanto nel senso del colpo di fortuna di essere entrata nelle grazie di un ras piddino disposto a farla decollare verso l'empireo rossiccio. L'antica figlia della Bundesrepublik, impalmata nell'anno della caduta del Muro da un intraprendente allenatore romagnolo con il bernoccolo per gli affari, dipinto da alcuni malignazzi come più sensibile al fruscio dei dané che a quello delle onde, non ha voluto rinnegare fino in fondo, da crucca disciplinata, il socialismo reale dei suoi fratelli dell'Est, accasandosi nel partito erede degli epigoni di coloro che, sotto sotto, consideravano ancora con un occhio di riguardo il regime di Pankow. E bene gliene è incolto, all'occhicerulea Sefi, sirena sontuosa per acchiappar voti nel più perfetto stile berlusconiano sulla rive gauche. I cattivoni, che non mancano mai neppure all'ombra di remi e martello, l'han vista assessora distratta, costretta all'assenteismo dai lunghi allenamenti per impinguare palmarés e conto corrente, ma il fisico per sostenere le battaglie della sinistra c'era indubitabilmente, e il sessappiglio pure, distante anni luce da quello delle oche giulive scorrazzanti nell'aia silviesca. Financo Befera, più sensibile ai portafogli che ai completi di Dolce&Gabbana (quantunque, in tempi recenti, si sia interessato molto al fatturato di questi ultimi), deve aver colto un quid di rigore merkeliano nell'Afrodite calliomia, tanto da volerla fortissimamente alla propria corte, per testimoniare coram populo la bontà delle sue campagne contro gli evasori brutti, sporchi e cattivi. Dev'essere stata, per il capo dei gabellieri, una stilettata al cuore - ammesso che ne abbia uno - la notizia che la signora si era scordata di cambiare residenza nell'anno funesto della scomparsa dell'ICI sulla prima casa, evitando così di corrispondere l'imposta sulla propria vecchia abitazione, nel frattempo divenuta palestra (con il sospetto, per sovrammercato, di un piccolo abuso edilizio, non essendo stato chiesto, a quanto parrebbe, il permesso alle autorità competenti - tradizione italiota assai resistente e diffusa, ma solo fra i buzzurri e gli incivili berluscones, evasori nati). Ora, senza scherzare, tutto il bailamme mediatico sulle eventuali marachelle di Josefa, comprensibile in un'epoca dove ai cani da guardia del potere si contrappongono i cani da lecca del medesimo, potrà sembrare un vulnus per i garantisti di ferro, ma ha toccato un nervo scoperto dei troppi giustizialisti allignanti nelle nostre contrade, segnatamente sul lato sinistro, vale a dire la credibilità della lotta all'evasione, che è e rimane uno slogan per i gonzi, però introiettato profondamente nell'anima giacobina degli odiatori di professione. La biondissima scaraventata sul pianeta Letta come donna di canoa e di governo, sia pure relegata in un ministero sommamente inutile, ha avuto un'esposizione mediatica che impedisce a Enrico il Temporeggiatore di fischiettare indifferenza: sarebbe come se la Kyenge, altra responsabile di un dicastero decorativo, fosse sorpresa a non pagare i contributi alla colf ecuadoregna, se ce l'avesse. Perciò, il licenziamento della sportiva così poco sportiva da buttare la colpa addosso al commercialista (figura che si fa fatica ad amare) è d'obbligo per l'affiliato al club di Aspen, pena un disdoro quasi pari a quello già rimediato con i traccheggiamenti su IMU e IVA. Anzi, don Enrique de Las Dudas ne potrebbe approfittare addirittura per eliminare le Pari Opportunità dalla compagine governativa, in luogo di rifilarci un'altra finta pasionaria, magari meno avvenente della signora Guerrini. Personalmente, non me ne frega alcunché che costei sia un'evasora (tecnicamente, sarebbe meglio parlare di elusione fiscale) e un'abusiva. Mi scoccia di più l'ipocrisia, male necessario (fino a quando?) di una politica finalizzata a pigliare per i fondelli i cittadini. Ecco, se la Idem fosse rimasta una semplice cittadina, non le lesinerei la mia simpatia, al netto dello sgradevole strascico suscitato da una conferenza-stampa infarcita di spocchia, che peraltro non avrebbe avuto luogo senza il suo ruolo istituzionale. Senza dimenticare il pasticciaccio brutto dell'avere funto da megafono per lo sceriffo di Nottingham. Chi di fisco ferisce...

mercoledì 12 giugno 2013

Spezzeremo i coni al nemico

Di ordinanze bizzarre da parte dei sindaci, nordisti o sudisti che siano, ce ne siamo sorbettate a iosa. Cosa sarà mai di più il coprifuoco gelato pisapiesco, nella carrellata degli orrori ridicoli inflitti ai cittadini minus habentes? E meno male che quest'ultima grida municipale si è subito squagliata. Per dirla alla torinese, il brillante giurista d'arancione fasciato stavolta ha fatto proprio una figura da cioccolataio, presumendo di spezzare le reni o, meglio, i coni alla Milano da ciucciare. E la toppa è stata peggio del buco, trasformando la stecca del tenero Giuliano in uno stecco regale. Stracciatello su tutta la linea, il Magnum P.I. di Palazzo Marino è solo riuscito a far girare le coppe ai commercianti. Voto meno diciotto.

mercoledì 27 febbraio 2013

Piatti di lenticchie e sindrome di Custer

Il grido grillino "arrendetevi, siete circondati!" non era certo campato in aria, se più della metà dei vecchi inquilini del Palazzo assediato ha dovuto fare le valigie e mollare le dorate stanze, rinunziando ai privilegi della casta parlamentare, per barattarli in ogni caso con buonuscite tutt'altro che disprezzabili e financo insultanti, nella temperie attuale, per la stragrande maggioranza di quanti hanno contribuito con il proprio voto a un così massiccio ricambio di Camera e Senato. Gente che va, gente che viene, in una sarabanda inevitabilmentea un po' stucchevole, viziata dall'afflato agiografico di chi già s'ingegna a lisciare il pelo a un centinaio di ragazzotti miracolati dall'illusione di fare piazza pulita che accompagna l'irrompere delle truppe cinquestellute nelle aule non più sorde e grigie del potere romano. Era sincero o raccontava balle, il comico genovese, poco prima che si aprissero i seggi, confessando la propria inquietudine circa la possibile esplosione di consensi pendente per interposta persona, come si sarebbe visto di lì a poco, sulle teste ricciolute sua e del sodale Casaleggio, capi-non capi del movimento tellurico partito dai recessi della Rete fino a spalmarsi sull'intero Paese? Insomma, il Beppe ci fa o lo è, il meduseo pietrificatore del sogno piddino di condurre finalmente la danza, evitando teste di turco democriste o tecnocratiche che coprano il culo alla sinistra mentre fa fessa la nazione? Bersani, povera anima, in cuor suo maledirà il non aver tenuta avvinta a sé la pompa di benzina in quel di Bettola, dove pure lo hanno spernacchiato i berlusconiani di casa, costretto com'è dalla congrega rossa - saranno essi i veri amici del giaguaro che avrebbe dovuto smacchiare? - a calarsi nei panni del Gran Mogol impegnato a blandire le Giovani Marmotte saputelle seguaci di Grillo per non fare comunella con el Burlador di Arcore, capace di rifilargli uno stallo da far invidia a un maestro internazionale di scacchi? Si sfiati pure l'onesto Sansonetti, autentico Quixote della sinistra barricadiera, dalle putride colonne del giornalaccio di Belpietro, a raccomandargli il superamento al contempo (must renziano della prima ora, quali altri mai ci furono) di berlusconismo e antiberlusconismo, fino a issare l'orripilante Cav in cima al Quirinale, per pacificare alla fine un'Italia mai così divisa, manco nei feroci anni Settanta, quando imperavano chiavi inglesi e P38 e circolavano figuri alla Cesare Battisti. All'epoca, il giovane Bersani sgambettava nell'Emilia felix da funzionarietto rampante addetto allo sgrassaggio della cinghia di trasmissione con le COOP, per la gloria del partitone guidato dal Divin Marchese Enrico Berlinguer, e mai si sarebbe sognato di dover minacciare un giorno sbranamenti di quanti ficcanasassero dalle parti di Montepaschi, che era solo un altro feudo distinto da quell'Unipol coccolata dai ras installati da Botteghe Oscure nel suo versante di Appennino (il futuro incubo degli aparatchik Renzi ancora giocava all'oratorio, per nulla sfiorato dall'idea di concorrere alla Ruota della Fortuna). Ora, l'omonimo del cantante Samuele e della buonanima del giornalista Lello, espertissimo di cinema, che forse avrebbe visto in Pierluigi soltanto un discreto figurante, viene da quella storia lì, e hai voglia di ricordarne le lenzuolate sotto il reame di Mortadella, scandianese rancoroso puzzante di ambizioni quirinalizie già prossime a deteriorarsi, per contrabbandarlo quale liberale tra i liberal spuri di casa nostra, in grado di superare i livori sparsi a piene mani durante una campagna elettorale all'insegna delle offese. Specialmente se ti franano sotto i piedi i Monti e s'incasinano i Casini, afferrati per la collottola un istante prima di andare a fondo come certi sub troppo presuntuosi. Dipendesse da lui, forse forse, Bersani accetterebbe la mano di Silvio, senza manco turarsi il naso od altro orifizio, giacché non è uno sciocco, ma ci hanno già pensato i brillanti strateghi della guerra al monellaccio toscano, a sussurrargli che sarebbe una genialata coinvolgere Grillo, al netto delle contumelie immediate di costui, che adesso vuole l'intero piatto, e magari c'è il bluff, ma vatti a fidare di uno che sta fuori dal Parlamento e puoi piangere in cinese che San Napo gli cali addosso un laticlavio a vita, giusto per farsi sputare in entrambi gli occhi. Il bokkoniano sfigato n° 2, lo Stefano Fassina che vanta più master di Giannino, cogita di acchiappare il Grillo con una retina per farfalle, tipo la presidenza della Camera a una pivellina/pivettina qualsiasi, sì da costringerlo a impelagarsi in un governozzo che appalesi l'inadeguatezza del personaggio, ma il gioco sembra già essere stato sgamato dal giullare, che infatti ha sbraitato subito contro l'immangiabile piatto di lenticchie. E torniamo al quesito irrisolto di poc'anzi: che animale politico è il Beppe, se considera sua missione svuotare la scena di tutti i partitanti rimasti, pretendendo di non pagare dazio? Chi non s'accontenta non godrà? "Arrendetevi, siete circondati!". E' la sindrome di Custer a Little Big Horn o un modo brusco per ribadire che, in ogni caso, non saranno fatti prigionieri? A questo punto, se Grillo sapesse suonare la tromba, potrebbe intonare il De Guello, non dimenticando che, fra i suoi giovanotti entusiasti e digiuni di imboscate parlamentari, si potrebbe nascondere qualcuno disposto a salire sul TAV e anche ad investirlo. Speranza deboluccia, ammettiamolo, ma ogni generazione è suscettibile di spiccare il balzo precluso a quella precedente e financo gli Scilipoti hanno un'evoluzione.

lunedì 4 febbraio 2013

Boutade boomerang?

Ieri sera, tanto per non farci mancar alcunché, il gambo di sedano della comicità intelligente italiota, la mia concittadina Luciana Littizzetto - una che, più passa il tempo, più s'immedesima nel ruolo di una Pippi Calzelunghe da gerontocomio, riuscendo financo ad apparire credibile -, ha informato l'orbe terracqueo che Milano detiene il primato mondiale degli accessi a YouPorn, esplicitando poi, con l'eleganza che la contraddistingue, l'attività preferita dai cittadini ambrosiani quale conseguenza pratica di tale interessamento, destinato giocoforza a non esaurirsi in un'accademia sterile sulle proposte del summenzionato sito. Per farla breve, l'esegeta del rompicazzismo nostrano, ridotto dalla medesima a paradigma berlusconico, ha decretato che la capitale morale ed economica d'Italia si fa le pippe, seguita peraltro a breve distanza da Roma, che certo non si rassegna a farle da damigella d'onore in tale commendevole classifica. Tutto questo non c'entrerebbe affatto con l'argomento che ci sta a cuore, se non fosse per un dubbio che ci attanaglia: ma davvero l'autoerotismo (la sessoautonomia, come lo chiamava la buonanima di Stefano Rosso) è l'ultima frontiera per i cittadini vessati da un potere che li piglia per i fondelli, dopo averli irrisi con i balzelli? Insomma, se i sudditi si ripiegano su se stessi, preferendo culi e tette in video a una tribuna politica con Tabacci, non sarà perché si è tirata troppo la corda con le 'magnifiche sorti e progressive' rappresentate dai rimborsi per la nutella e dai bilanci in rosso delle banche di servizio? Se chi dice di paventare l'astensione dal voto non vede il nesso con l'astensione dal sesso partecipato, chi ci salverà dalla depressione? E' pur vero che nulla c'impedisce di pensare che i cultori, meneghini o trasteverini, degli atti impuri internettiani organizzino in realtà visite in comitiva davanti al monitor, ma bisogna riconoscere come assai più probabile, almeno per chi sia abbastanza onusto d'anni da ricordare le entrate di soppiatto nei cinema a luci rosse, che il cosiddetto 'vizio solitario' non sia mai davvero entrato in crisi proprio perché di ogni crisi se ne è sempre sbattuto. Non farà fine, ma non impegna. In un'epoca di recessione, è veramente il massimo. E ti permette di staccare il pensiero da Monti, Bersani e Vendola. Adesso poi che le gerarchie ecclesiastiche hanno dimenticato il sesto comandamento, per concentrarsi sui veri peccati mortali come l'evasione fiscale (l'IMU è un caso a parte), l'islamofobia, la tiepidezza verso i valori resistenziali, uno può anche fregarsene dei sensi di colpa e procedere spedito alla volta dell'apoteosi di Onan. Trasferendo in politica questo concetto, potrà financo sognare di concorrere alle elezioni con una lista che porti stampato a caratteri cubitali vicino a un qualsivoglia simbolo il proprio nome. E non importerà che, fino al giorno prima, sia stato lo squallido portaborse di un mentore magari ingombrante abbandonato all'ultimo istante. Basterà che gridi più forte di altri promesse farlocche, maledicendo fino alla settima generazione chi lo aveva tratto dalla palta dell'anonimato. Rinnegarlo sarà atto meritorio, purché si ricordi prima di tirare il collo al gallo. D'altro canto, identico trattamento gli sarà riservato da chi, in circostanze diverse, gli avrebbe forse tirato la volata. Ottima regola in politica è non dare mai per bollito un avversario fino al verdetto delle urne: l'esempio sorprendente, in questa campagna pazza che si concluderà l'ultima domenica di Febbraio (mese anomalo per il voto), è dato dal Berlusca, non a caso animale da elezioni, che ha deciso di sfidare la propria stessa nomea di grande imbonitore con un annunzio apparentemente trombonesco, che potrebbe essere il canto di un cigno bauscia come, invece, il sigillo pirotecnico a un finora scialbo spettacolo da mestierante. Troppo éclatant, troppo sopra le righe, troppo guizzo da funambolo che prelude allo schianto mortale. Qui è d'obbligo sospendere il giudizio, come avviene di fronte al bluff smaccato di un insolente pokerista, che abbia vinto troppe mani per essere liquidato con una semplice coppia di jack. Si può essere ammirati e disgustati allo stesso tempo, davanti a un'improntitudine insieme gaglioffa e regale. Vorremmo essere soccorsi dal raziocinio mentre sprofondiamo nell'utopia, e quasi si prova pena per il grigio Bersani con le maniche arrotolate, che pure ci ha sottratto alla vista il putto Renzi per restituircelo vestito da garrulo aparatchik prono a un concetto di lealtà che mai ha trovato casa in quel partito, il Bersani sbranatore che rischia la sbranatura, al quale il guizzo e il sopra le righe sono inibiti dall'atavica seriosità dei mediocri. E che dire del Bilderbokkoniano, capace di sputarsi in entrambi gli occhi per star dietro al pifferaio in qualità di pifferaio di complemento, che in un colpo solo si è giocato topi e bambini? E di Giannino, il più infelice di tutti, costretto a fare il liberale timido, egli che è un avventuroso esploratore di quanto non è scontato, ironico spregiatore delle fanfaluche silviesche, risucchiato per propria scelta (e per la perfidia del Cav) nella palude dell'antiberlusconismo? L'uomo di Arcore dixit. Troppo presto, troppo tardi? Troppo furbo, troppo coraggioso (e/o incosciente)? Troppo fiducioso nel potere del proprio verbo? Qualche ermellino digrignerà i denti e lo accuserà di voto di scambio? L'Europa si cagherà addosso? L'Europa si infurierà, su suggerimento di Concita? Il sorrisino di Travaglio si accentuerà? Domani Silvio farà parziale marcia indietro (no, no... stavolta gli sarebbe fatale...)? Monti elogerà di nuovo la statura accademica di Brunetta? Mi rendo conto che i punti interrogativi sono già un esercito, ma sinceramente faccio fatica a considerare la promessa di restituzione agli Italiani dei soldi rubati con l'IMU soltanto una boutade o, meglio, voglio sperare che tale non sia. Ma, nello stesso tempo, mi sentirei uno sciocco a prenderla per qualcosa di diverso da una boutade e, pertanto, mi auguro di cadere in letargo fino al momento di entrare in cabina.

venerdì 16 novembre 2012

Piccole secessioni crescono

Vi sia pure chi ci vedrà soltanto folklore, ma una spia benché minima, quantunque già significativa, del disagio prodotto in una fetta non ancora quantificabile di cittadini USA dalla rielezione del sor Barack alla Casa Bianca, per la quale, more solito, si è mobilitata una percentuale inferiore alla metà degli aventi diritto, in misura quasi uguale per favorirla o per contrastarla, di là dagli accenti trionfalistici della claque mediatica, più fracassona nel Vecchio che nel Nuovo Mondo (come se l'avvento, quattro anni or sono, del Messia sposo di Michelle non fosse coinciso con la temperie speculativa piegatrice degli assetti economici europei, originata di rimbalzo dalla bolla figlia degli avventurismi delle banche a stelle e strisce, che avrebbero poi trovato proprio in Obama il deus ex machina salvifico, sulle orme di quel Clinton loro paladino), ebbene, si cela in una notizia non casualmente nascosta dai grandi organi d'informazione - e deformazione -, che tanto si assomigliano su entrambe le sponde dell'Atlantico: da noi, è vero, si ciancia di Catalogna e Scozia e Baviera e Veneto, per esecrarne le pulsioni autonomistiche, se non addirittura secessionistiche, ma intanto anche il corpaccione dell'Unione difesa a suon di cannonate dal liberatore degli schiavi neri Lincoln sembra percorso da fremiti febbrili, che rimandano alla volontà di riappropriarsi del proprio destino alla faccia delle mene bilderberghiane e trilaterali, i cui fasti sono stati celebrati in questi giorni in quel di Roma, quasi a ribadire che la sorte dei popoli è l'ultima cosa che interessi ai bastardi della finanza vogliosi di trasformarci tutti a colpi di gabelle in dipendenti ossequiosi e nullapensanti, anche a costo di sacrificare i consumi e la crescita di intere nazioni. Anche stavolta sarà l'America a salvarci, con il paradosso di un risorgente isolazionismo contraddicente quella globalizzazione ormai archiviata come verbo di speranza, quantunque concretamente perseguita nei più remoti anfratti dell'orbe? Parrebbe che, dal Texas all'Alaska, passando per il minuscolo Delaware, senza distinzione fra seguaci dell'asinello e dell'elefantino, sia un pullulare di petizioni popolari per staccare questo o quello stato da Washington ladrona, vista magari a torto come sentina di vizi burocratici dagli abitatori dell'America profonda, soprattutto dopo le sciagurate scelte del governo centrale in tema di riforma sanitaria e di salvataggio delle banche. Qualcuno ha avuto l'ardire di conteggiare le iniziative partite dalla periferia per provare perlomeno ad avvertire l'amministrazione centrale che manco l'idea di Stati Uniti si può considerare eterna, scoprendo che già sono trentadue gli stati dove gruppi più o meno numerosi di cittadini si danno da fare per raggiungere con tale messaggio i padroni della politica federale. E non è da dire che siano i più ricchi, o i meno poveri, a voler dare un taglio al sogno di un'unica bandiera, siccome pure in California, un tempo terra promessa per antonomasia e oggi condotta sull'orlo del fallimento, vi sono persone che ambirebbero fare a meno dell'onnipresente stato centrale. Ed è uno choc salutare per gli innamorati del luogo comune dell'estrema mobilità che caratterizzerebbe i cittadini a stelle e strisce, i quali, pur così avvezzi a spostarsi da uno stato all'altro, capiscono meglio di chiunque altro la validità del principio di concorrenza, al punto di volerlo trasporre anche nel campo della cittadinanza; infatti, ciò che non comprendono gli ostili al riconoscimento del diritto di secessione è quanto sia importante, non la secessione in sé, bensì in quale modo si seceda. Per costruire una società più liberale, magari, da contrapporre a chi invece ha fatto della burocrazia e dell'ipernormativismo un dio. Gli Stati Uniti non si frantumeranno domani, ma forse la perdita di qualche pezzo, anche piccolo, di territorio, potrebbe valere da monito per i governi d'Europa, che inseguono l'utopia mortifera dell'omogeneizzazione centralizzata, uccidendo l'anelito di libertà di popoli non disposti a morire per le banche e per i pareggi di bilancio che sbilanciano famiglie ed imprese.

mercoledì 10 ottobre 2012

Beferotrofio

Non auguro certo ad Attilio Befera la fine del conte Prina, avendo in orrore i linciaggi. A proposito di quel tragico episodio, finito addirittura in proverbio nella lingua meneghina per indicare una sorte miseranda, ancora oggi si vocifera che a sobillare la plebaglia - in realtà composta per lo più da borghesi ridotti in rovina dalla sciagurata fantasia tassatoria del brillante avvocato piemontese (sembra quasi un destino dei miei corregionali venire ricordati come impositori di gabelle fra le più odiose, come la tassa sul macinato voluta dall'altrimenti stimato Quintino Sella) - fosse stato il conte Federico Confalonieri, in seguito sodale del Pellico durante i moti carbonari di sette anni dopo, mentre altri, più avvezzi ad agiografare i protagonisti risorgimentali, puntano il dito contro il 'cattivo' dell'epoca, vale a dire l'Austria di Metternich. Ora, il gran capo di Equitalia e dell'Agenzia delle Entrate è, a differenza del ministro napoleonico, solo poco più di un esecutore di disposizioni provenienti dall'alto, ma un esecutore di quelli che fanno la fortuna e la vergogna del proprio principale, nella fattispecie il premier Mario Monti. Un algido condottiero che sa evidentemente riconoscere chi ben lo serve magari 'pensando al regno', come non troppo tempo fa si è sussurrato giusto del conte Attilio (il paragone con il cugino di don Rodrigo è suggerito dalle mene di quegli per favorirne la prevaricazione sulla povera Lucia, di là dalla scommessa fra i due sulle possibilità di successo dell'impresa), dato quasi per certo candidato alle prossime elezioni politiche nel partito di Casini. Ecco, che tale sussurro non sia ancora divenuto un grido, può dipendere dall'insieme ferreo e plumbeo proposito del mandante dello stesso Befera, che su tanti proclami raccolti nella propria agenda, santificata da tanti piddini e pidiellini a prescindere, ha assunto il passo del gambero, ma non certo riguardo al tritacarne fiscale, oliato dal moralismo deteriore di schiere di plauditores a buon mercato, consapevoli che il traguardo finale dell'imposta patrimoniale, una tantum o fissa che sia, sposterà ancora di più in avanti la già difficile uscita dal tunnel della crisi. Monti ha una fretta indiavolata di monetizzare il proprio sforzo tassatorio, a dispetto delle cifre che lo condannano, e l'unica mano che può spingerlo è quella borsaiola di Equitalia, che avrà campo libero nel periodo precedente il voto per sfoderare tutto l'armamentario di cui dispone e aprire un fuoco di fila senza precedenti su contribuenti onesti e gaglioffi, soprattutto sui primi. Befera deve rimanere al proprio posto: è questo il senso della proroga imposta dal governo per la concessione ad Equitalia del compito di riscuotere i tributi. I Comuni, che si sarebbero volentieri sbarazzati della 'gioiosa macchina da estorsione' per incassare in prima persona i balzelli, sono rimasti fregati: il 'magnifico monopolio' equitaliota non vacilla, grazie all'ennesimo sberleffo alla logica della concorrenza, con tutti gli agi e gli aggi ai beferoidi scatenati. E c'è chi sospetta un accordo segreto con le grandi municipalità, a parole critiche verso i metodi da racket della banda capitanata dal conte Attilio, ma sotto sotto preoccupate di non raggranellare i dindi necessari alla propria sopravvivenza, se non appunto appoggiandosi ai sistemi spicci di Equitalia, che è il contrario dell'AIDS: "se la conosci, non la eviti" (perché ti fa comodo). I lavori sporchi, le cartelle pazze, le multe ai genitori dei bambini che fanno il mercatino dei fumetti ai giardini pubblici, spettano ai professionisti del procurato lastrico. Ora è legge e i sindaci hanno poco da discutere, ma solo da risparmiare sui lampioni quando vien la sera. Cassandra, la profetessa di sventure, è ancora in circolazione, ma con la 'spendinreviù' si è tolta le ultime quattro lettere dal nome: adesso si chiama Cassa. Continua, come un tempo fu la lotta. E, se non potrà candidarsi dovendo portare avanti il superlavoro, Befera forse avrà, al pari del suo padrone, un laticlavio a vita.

sabato 15 settembre 2012

Tutti addosso al Marchionne pinocchio

Non ho mai avuto una particolare simpatia, forse perché torinese, per i vertici FIAT, a cominciare dal sopravvalutatissimo Avvocato con l'orologio sopra il polsino. Ho sempre pensato che la massima industria automobilistica italiana, oltre a produrre catorci smerciabili solo a gente di bocca buona e dal portafoglio in gramaglie, fosse brava esclusivamente nel privatizzare i profitti e socializzare le perdite, facendosi aiutare in maniera sfacciata da governi di calabrache di vario colore. Ma oggi mi debbo forse ricredere, sempre che l'uomo dal maglioncino non mi sorprenda con l'ennesima giravolta, che sembra un po' il suo vero marchio di fabbrica: due anni fa, in pompa magna, il fratello normale di Lapo aveva annunziato che, sì, il colossino nato dall'intesa con la Chrysler non si sarebbe disimpegnato dall'attività nostrana e, anzi, le avrebbe dato nuovo impulso. Adesso ci vengono a dire, il Sergio e il John, che non è cosa, che ci hanno ripensato, che il progetto 'Fabbrica Italia' non gusta più ai piani alti di corso Marconi. E il guaio è che, pur fedifraghi e mancatori di parola, hanno ragione loro. Lasciamo perdere Nostra Signora della Permanente e Bonanni-D'Artagnan, che in fondo fanno (male) il loro lavoro, che è lo stesso da cinquant'anni e più, e per il quale li dobbiamo ringraziare dal profondo del cuore, giacché, se non ci fossero, i nostri partitanti non potrebbero tirar fuori a ogni pié sospinto la magica paroletta 'concertazione'... ma che ci fanno, nel coro dei bacchettatori di Marchionne, la leonessa Elsa e il passerotto Corrado, ministri di un governo sedicente tecnico, infarcito di professoroni di economia, che dovrebbero capire per primi le ragioni di un'impresa? La FIAT ha munto finché ha potuto dalla mammella dello stato, creduta inesauribile fino a quando la parolaccia 'spread' non è entrata prepotentemente nel vocabolario di tutti gli avventori di tutti i bar d'Italia. Sergio e John, due anni fa, annusavano un'aria meno mefitica di quella odierna, a prescindere dai loro tubi di scappamento, se li vogliamo considerare sinceri (come se ce ne fregasse assai...), ma le convenienze si misurano sul numero di bastoni che la politica mette fra le ruote di chi voglia davvero decollare e non semplicemente rollare sulla pista. Quando non si può più vivere di rottamazioni, i rottami si riciclano. Magari fuori dai confini.