giovedì 22 settembre 2011

Secedo, ergo sum

Tutti dicono abbia perso il fiuto e non sia più in grado di annusare l’aria che tira, prigioniero di un ‘cerchio magico’ dal diametro asfittico, sempre più stretto e sempre meno capace di quelle magie che scaturivano da una minuscola ampolla e innervavano lo spadone da celodurista sprezzante del capo padano. Di pugnace, all’Umberto, sarebbe rimasto solo il terzo dito, che ormai svetta più per irridere i gazzettieri che per aprire la via ai nemici di Roma ladrona. Forse a prenderlo sul serio è solo più quel nullafacente invecchiato di Casarini, il quale è uscito dal proprio letargo esclusivamente per guastargli la festa in laguna, giusto per copiare i pirlacchiotti in fascia tricolore che poco tempo prima i bravi pedalatori del Giro di Padania non hanno avuto il buon gusto di arrotare dopo la seminagione di puntine da disegno sul percorso del medesimo. A molti avrà fatto tristezza, e pure tanta rabbia, che il babbo del Trota si sia intestardito nelle scorse settimane a montare il cavallo sbagliato della difesa ad oltranza delle pensioni (quantunque sia ammirevole la lealtà, magari pelosetta, mostrata dai vertici belleriani nei confronti dei molti poveri cristi nordisti schifati dall’ennesimo indecoroso balletto in materia da parte di gente incapace di accennare un benché minimo mea culpa riguardo all’immane sperequazione previdenziale tuttora in vigore), oltretutto sponsorizzando l’idea perversa di imporre la patrimoniale ai presunti riccastri, nonché quell’autentico autogol rappresentato dall’aumento dell’IVA, che tanto nuocerà nell’immediato futuro alla nostra economia. Ecco, un Bossi così malridotto non lo vedevamo dai tempi del maledetto ictus, e forse un’operazione al gomito non è il viatico migliore per rinverdire i fasti del gesto dell’ombrello, come pure il guardarsi in cagnesco fra gli adepti della Marrone e i seguaci di Maroni, costretti ora, questi ultimi, a filarsi obtorto collo il ‘semplificatore’ Calderoli per non cadere sotto i colpi delle femmine terribili del capo, la Manuela e la Rosi, le ‘terronizzatrici’ in gonnella del più vecchio partito presente in Parlamento. Ma chi si domanda se valesse la pena far imbufalire il vegliardo quirinalizio, che guai a toccargli il giocattolone del centocinquantenario dell’unità d’Italia, al punto di farsi trattare come un cane in chiesa per avere riesumato l’idea della secessione padana, sia pure da ottenere attraverso un referendum peraltro impossibile, ancor più di una consultazione su temi fiscali, dimostra di non avere affatto capito, a distanza di più di vent’anni, lo spiritaccio del genio acciaccato di Cassano Magnago. Se continuiamo a lasciarci svillaneggiare dai prezzolati obamiti delle dannate agenzie di rating, che procurano orgasmi solo all’opposizione nostrana, il minimo che ci meritiamo è una rodomontata in stile pontidiano del vecchio Senatùr, rivoluzionario piccolo-borghese in disarmo, ma pur sempre in grado di tenere buoni i propri sindaci dinamitardi, molto più di quanto riesca al valido Alfano con le riottose truppe pidielline sempre in procinto di farsi sedurre dal bel Casini. Da secessionista convinto, so bene quanto poco valga la boutade in tal senso dell’antico Raìs, asserragliato nella Sirte varesina a causa della guerra di successione scatenata da personaggini timorosi del diluvio prossimo venturo. E se il PD ci può raccontare impunemente la balla di un Paese pronto al rinascimento se solo lo Smandrappavulve di Arcore togliesse l’incomodo, non vedo perché i barbari leghisti mazzolati dai delinquenti dei centri sociali non possano sognare il ritorno all’Eden grazie al divorzio dai succhiatori di capezzoli statali attestati sotto la Linea Gotica (quelli sopra sparirebbero d’incanto…?). Diamine, qui l’identità ce la depredano da almeno cinquant’anni, perciò non stupisca il coniglio riciclato da Bossi, che almeno non esibisce cilindri donde cavarlo.

giovedì 8 settembre 2011

Giramenti di ruote (e d'altro)

Teste di cucurbitacea. Hanno fatto confusione tra i portatori d’ampolle con l’acqua del Po e i portatori di borracce con l’acqua tout court per alleviare le fatiche dei compagni di pedivella, finendo per dare botte da orbi ai secondi: in testa a tutti, un vegliardo per nulla rispettabile, arrivato a superare il traguardo dei settant’anni con la grazia di un pirata delle volate, di quelli che sgomitano e ti tagliano la strada all’improvviso, pur di alzare le braccia al cielo, a costo di farsi retrocedere dalla giuria in fondo al plotone o addirittura di venire espulsi con ignominia. Peccato che, nel caso di cui si racconta, la giuria ideale sia stata poco pronta, di là che adesso penda una giustissima querela per lesioni sul caposcarico di turno, reo di avere allungato un cazzotto sulla faccia di Sonny Colbrelli, giovane di belle speranze del ciclismo italiano, impegnato a fare il proprio lavoro di pedalatore in qualità di ‘stagista’ (ovvero di dilettante in prova per il passaggio in una squadra professionistica) al neonato Giro di Padania, gara che alcuni manipoli di imbecilli con licenza di fracassare gli zebedei avrebbero volentieri visto abortita dai suoi organizzatori, cui non sono state risparmiate minacce e invettive ben oltre il limite del penale. La cartina di tornasole del livello di demenza al quale sono giunti gli esagitati seguaci del rifondarolo Ferrero, lontano mille miglia dall’eleganza del predecessore Bertinotti, è data dallo scherzo di pessimo gusto combinato dai medesimi all’avvio della prima tappa, allorquando hanno fatto sparire i cartelli indicatori del percorso, giusto per disorientare il gruppo dei partecipanti, considerati alla stregua di crumiri proprio nel giorno in cui l’archeologa mancata Susanna Camusso Jones partiva alla ricerca dell’arca perduta dell’alleanza fra i lavoratori, trascinando nella melma delle pernacchie il timido e irresoluto filosofo di Bettole, già smacchiatore di giaguari a tempo pieno (da Crozza alla cozza, nel senso del bulldog cigiellino, il passo è breve). E, insomma, gli agitatori di bandiere rosse, millantandosi quali difensori dell’unità d’Italia in un modo tale da farci sperare che si chiuda al più presto il centocinquantenario della stessa, sono talmente spaventati dalla paroletta ’Padania’ che il comprendonio, già carente in relazione agli accadimenti quotidiani più banali, si offusca loro in maniera irrimediabile, tanto da spingerli a menare all’impazzata chiunque non si conformi allo scarno pensiero fisso che li affligge. E’ chiaro che non si darebbe conto delle gesta di quattro gatti in calore ideologico, se costoro non danneggiassero profondamente con le loro unghiate il tessuto sociale e, soprattutto, se non trovassero il plauso dell’intellighenzia nostrana: paradossalmente, nella vicenda del Giro di Padania, a uscire magnificamente dallo scontro sono i ‘rozzi’ e ‘zotici’ per antonomasia, vale a dire il popolo leghista entusiasta della corsa, che oltretutto è venuta a riempire un buco nel calendario agonistico, causato dalla moria di tante gare dal solido pedigree, non più allestite per consunzione economica. E hanno un bel berciare gli ipocriti della ‘rosea’, quella Gazzetta dello Sport che, non essendo stavolta organizzatrice, irride e offende chi è stato in grado di confezionare un evento valido. Fra i campioni del passato, Francesco Moser è colui che ha parlato chiaro e forte della pelosità dei mugugni rossi: gente che ogni anno tira su il baraccone di piccole e grandi kermesse sponsorizzate dal mondo contiguo al partito della sora Bersanofia, e che va orgogliosa del Gran Premio Liberazione del 25 Aprile, dove, ai bei tempi, stravincevano sempre gli atleti sovietici, teme di perdere il monopolio e si aggrappa agli stridi delle cornacchie patriottiche. In compenso, il pilota di elicotteri Gianni Bugno guarda troppo dall’alto e con dispregio una manifestazione degna di sostegno: prendendosela con la federazione ciclistica italiana, che non avrebbe bloccato sul nascere l’idea del Giro di Padania, egli non fa altro che confermare il giudizio di quanti gli preferivano il grintoso e ‘proletario’ Chiappucci, che aveva il coraggio di dinamitare le corse invece di aspettare che i fidi domestiques gliele porgessero sul vassoio d’argento. Che si parteggi per la Lega o la si osteggi, è ridicolo il solo pensare che si favorisca la secessione del Nord (che, se mai dovesse avvenire, sarebbe causata da ben altre motivazioni – lo scrivo da secessionista convinto per principio, non innamorato dell’idea che ci si debba separare, ma persuaso che vi sia un’analogia con il divorzio fra persone sposate che reputino non più conveniente lo stare insieme), regalando spazio a una gara ciclistica, che è veicolo propagandistico più per le acque minerali che per i movimenti politici. Alberto da Giussano usò le quattro ruote del Carroccio per far vedere i sorci verdi a quel frescone romantico del Barbarossa: dubito che avrebbe avuto lo stesso successo con una bicicletta. La quale, invece, servì a un tale Bartali per rappacificare il Paese scosso dalle pallottole del siculo Pallante.

martedì 2 agosto 2011

La carica dei 101

Rosy Bindi come Crudelia Demon? Certo, se non si trovasse sempre fra i piedi quell’avanzo di bottiglia Molotov che è il Massimino Spezzaferro, bambino eroe dei fumetti con spocchia incorporata da uomo navigato in multiproprietà – un Icarus con le ali perennemente bruciacchiate dal sole di Puglia, un sole Tedesco nella sua implacabilità gravemente nociva alla salute, perso nel dedalo di un’intelligenza normale in un Paese anormale (o viceversa?) -, spoglio di illusioni nei riguardi della casta giudiziaria, ma solo quando parla con Spogli, e se eziandio non dovesse fare i conti con l’omino dei proverbi di Bettole, che tremebondo traballa aggrappato ai suoi Penati, c’è da giurare che la vergine di ferro del partito piddino piddò, fedele alla propria nomea di torturatrice, scuoierebbe personalmente ad uno ad uno, senza manco prezzolare un Orazio e un Gaspare, tutti gli inquisiti con tessera democrat in giro per l’Italia, che il Giornale si è preso la briga di contare, raggiungendo la ragguardevole cifra di centouno, almeno fino a ieri (e non è escluso che la solerzia dei togoni riesca a superare tale limite disneyano nell’intervallo fra la conclusione del presente articolo e la sua comparsa in rete). Dubito che l’eventuale spellicciamento dei dalmati progressisti susciterebbe il benché minimo sdegno in chiave animalistica, quantunque ancora il segretario dei rossicci arrugginiti cerchi di far valere per costoro la condizione di specie protetta. E’ chiaro, infatti, come il manipulitismo yé-yé degli anni Dieci abbia poco da spartire con la bufera dei Novanta, riguardosa della cortina di marmellata allora esistente tra i mariuoli rampanti, colti a sbevazzare Milano e il resto in nome del decisionismo mazzettaro poi seppellito dalle monetine, e i tetragoni ‘compagni G’ sorpresi per sbaglio dalle Parenti povere dei rivoltatori di calzini. Gli è che all’epoca agli ermellini necessitava ancora un marpione in regia, o forse la sinistra si illudeva che, una volta compiuto il lavoro sporco, la piemmeria sarebbe tornata nei ranghi, soddisfatta di avere contribuito al rovesciamento della classe politica dominante. E l’arrivo di un outsider cazzuto come il Cav, ritenuto all’inizio il figlio scemo del craxismo aborrito, se da un lato sembrò una complicazione in più, dall’altro servì egregiamente a convogliare le energie delle procure contro un nemico ‘altro’, tale da distogliere i mustelidi ormai infoiati oltre la spia rossa, ergo pericolosi perché eccitati dal sangue copioso, dall’occuparsi dei cazzacci della sinistra. Che oggi le procure si dedichino soprattutto al clan di Sesto San Giovanni (già Stalingrado d’Italia), ai voli in elicottero dell’ex governatrice umbra Lorenzetti, alle aste di Soru, ai maneggi di Pronzato (ferma restando la presunzione d’innocenza per ciascuno di loro), alle epidemie colpose della Iervolino (la nota comica non manca mai…), potrà rallegrare i semplici di spirito – oggi a me, domani a te, dopodomani quien sabe -, ma induce a ritenere che le toghe, da considerare tutto fuorché stupide, abbiano già visto di là dalla crisi del berlusconismo e si stiano portando avanti con il lavoro per esautorare definitivamente la politica. C’è qualcosa di peggio di un governo di tecnocrati e di banchieri, ed è un regime dei giudici. E non sarà una… ehm… Venere in pelliccia a rendere tutto più lieve.

domenica 24 luglio 2011

Il brutto anatroccolo che non divenne cigno

La notizia più terribile del maledetto 23 Luglio 2011 è, in fondo, la più scontata, al punto di non sembrare manco una notizia: Amy Winehouse è stata trovata morta nella propria casa, sembra per overdose (e non cambierebbe alcunché se, invece, ad ucciderla fosse stata una miscela di alcool e droga). Molti, sadicamente, se lo aspettavano; e molti, per il dannato business legato alla costruzione dei miti, che funzionano meglio da morti che da vivi, è possibile se lo augurassero anche. Sotto sotto, forse financo chi sta scrivendo, giusto per confezionare un bel coccodrillo, giacché, se non si celebra a cadavere ancora caldo, o non si depreca a tutto spiano, con cipiglio moralistico, il vuoto pneumatico indotto nelle nuove generazioni (e non solo in loro) dalla mitica ‘caduta dei valori’, che non siano quelli derivanti dal warholiano quarto d’ora di celebrità, cosa ci stiamo a fare? Be’, il quarto d’ora di celebrità di Amy è durato, a dire il vero, un po’ di più, e magari si sarebbe pure allungato negli anni a venire, se la ragazza non avesse inseguito così pervicacemente la propria distruzione, fino a raggiungere l’obiettivo. Era già tutto scritto nel testo della sua canzone più famosa, Rehab, dove la cicciottella inglese divenuta anoressica proclamava all’universo mondo di rifiutare qualsiasi tentativo di riabilitazione. Ci metteva anche una buona dose d’ironia, ma la sostanza rimane invariata: la sua musa autentica nuotava in bicchieri di vodka e si gingillava con le pasticche colorate, che le assorbivano tutto il colore dal viso di monella ostinata a entrare nel ruolo di bad girl, fino ad immedesimarvisi come non ne sarebbe mai capace una profetessa della trasgressione di plastica quale Lady Gaga. Il dramma di Amy è stato proprio non riuscire a separare l’immagine dalla realtà: stava male sul serio e non giocava alla donna dello scandalo. Il suo vomito sul palco non era un trucco di scena, né la perdita della voce – stupenda, da negra vibrante e incantatrice – era un alibi per annullare i concerti. Di lei, ci resteranno due capolavori del soul (occorre ricordare che tale parola si traduce con ‘anima’?), i dischi licenziati all’esordio nell’arco di tre anni, dal 2003 al 2006, che paiono così remoti nel mondo effimero del pop: il primo, Frank, ripudiato dalla stessa Amy (“non riesco più ad ascoltarlo”); il secondo, Back to Black, nero nel titolo e nell’interpretazione, schizzato da subito in cima alle classifiche di vendita, presagio di quella nemesi che talora colpisce chi troppo in fretta sia baciato dal successo. Baciato dalla sventura della fragilità, piuttosto, se si volge al negativo il proprio talento, aiutato da compagni di strada più intenti a godere del riflesso della tua notorietà che a salvarti da un’evidente patologia dello spirito. A posteriori, risulta facile sentenziare che nessuna salvezza sarebbe stata possibile per la giovane cheap metamorfizzata, ma solo su disco, in sophisticated lady: troppo il divario fra il sembiante e il percorso di vita, tragicamente simile – anche se concentrato in pochissimi anni - a quello delle grandi dive del jazz degli anni Quaranta, da Billie a Sarah. Il contrappunto grottesco, fornito dalla capigliatura cotonata e dal senone impiantato sul corpo da uccellino, apparteneva alla scenografia, che oggi ci restituisce solo amarezza e rabbia. Sulla rete-immondezzaio ci dicono circoli un video con Amy strafatta di crack, ma non andremo certo a cercarlo. Questa aberrazione ci conferma nell’idea, poc’anzi esposta, che i costruttori di miti, cui non importa un fico secco delle persone, fossero già preparati a portarsi avanti nel lavoro post mortem: d’altro canto, la perversione nichilista si abbevera quotidianamente alla fontana degli imbecilli, che non sanno distinguere fra la sana sofferenza per i mali dell’umanità e il tristo fardello delle paranoie personali, spacciato per sensibilità esasperata. Il circolo è più vizioso di quanto si creda: in alto stanno gli avvoltoi, in basso le carogne, ma la processione degli uni e delle altre è continua ed assomiglia a uno scambio culturale. L’unico atto di pietà legittimo nei riguardi di Amy è riascoltarne la voce, non innalzarla su un altare rovesciato. E, come abbiamo in uggia il grido ‘santo subito’, ci disgusta ugualmente, se non di più, la beatificazione dei dannati e la corona d’alloro per i perdenti, che è solo una squallida parodia del Discorso della Montagna.

lunedì 11 luglio 2011

Eolo truffaldino e stupratore di paesaggi

Saviano può pontificare catodicamente di mafia in Padania, financo a ragione, sbrodolando pure su connivenze legaiole, con il pedigree che si ritrova, ma si guardi bene Sgarbi dall’imitarlo nel feudo della popstar orecchinuta Vendola, stante la vigilanza dei pasdaran nichiani, i quali non si lasciano infinocchiare dall’eloquio di un tizio cui in passato venne contestato il concorso esterno in associazione mafiosa, noto agit-prop al soldo del satrapo arcoriano, certo scottato dal ceffone rimediato in pieno volto al referendum sul nucleare, tanto da spedire il proprio scherano tricotillomaniaco a sproloquiare di energie rinnovabili marchiate con il segno della bufala e per sovrammercato generatrici di mostri sconcianti il paesaggio. E ha un bel protestare, il critico d’arte recentemente infilzato dalla Lorenza Lei e subito dopo oscurato per gli scarni ascolti del suo ultimo programma televisivo (per inciso, un po’ scombiccherato, ma molto meno soporifero della ciofeca condotta dal tipetto con il copyright dell’antimafia), di non avere manco menzionato il ras apulo nella sua veemente intemerata polignanese contro la gran rottura costituita dalle pale eoliche infiorettanti il Tavoliere, che in primis devastano la bellezza dei luoghi e in secundis olezzano, anche in assenza di vento, di combutta con la malavita degli appalti. Quant’è lunga la coda di paglia, o di Puglia, dei tifosi del governatore pellegrino per l’Italia? Hanno forse letto nella perorazione sgarbiana ad abbattere quegli orridi simboli fallici (altro che celodurismo pontidiano!) uno sfregio all’immacolato agire del Vendola loro? Sono persuasi che la rivoluzione prossima ventura, come la risposta cercata da Bob Dylan, sia nel vento che spazzerà, insieme all’incubo nucleare, ogni patema energetico per le generazioni future? Prepariamoci a indossare gli zoccoletti olandesi e a coltivare tulipani (ché i pomodori già li abbiamo, per contrastare quelli che crescono nelle serre fiamminghe, e pure i clandestini da far chinare per raccoglierli, in luogo dei diplomati e laureati da lasciare a zonzo a progettare su Facebook agguati ai matrimoni dei politici), giusto per entrare nella parte di quelli che fischia il vento, ecc. ecc. (un classico per certa gente). Chi sa come li invidiano a Trieste, dove pure soffiano refoli che manderebbero avanti, a giudicare dall’entusiasmo dei vendoliani verdissimi, tutte le fabbrichette del Nord-Est. Figuriamoci se nelle teste sciroccate dei contestatori di Sgarbi non c’è uno scirocchetto da nulla, o uno zefiro gentile, che faccia funzionare tutte le sale chirurgiche della sanità pugliese. Per costoro, vi è da supporre credano alla germinazione spontanea delle fantastiche pale. E per il paesaggio, nessun problema! Basterà spostare l’occhietto per ammirarlo ugualmente.

sabato 18 giugno 2011

Nessuna frattura per la vecchia costola

Dicono di avere vinto i referenda, ma sono sempre ad aspettare che qualcun altro tolga loro le castagne dal fuoco, perché da soli non riescono manco a fare pipì. Gli eredi del glorioso PCI sono ridotti all’accattonaggio politico e sperano nel buon cuore dell’Umberto, che si dovrebbe commuovere tornando a calcare il pratone di Pontida, al punto di fare l’elemosina alla povera Bersanofia con la manina adunca in attesa dell’uscita dei fedeli dalla funzione domenicale, giusto per raccattare qualche spicciolo di carità. Il premio grosso per tanta attesa sarebbe l’annunzio da parte del gran capo leghista di voler procedere al licenziamento in tronco di Berlusconi, come se questi fosse il maggiordomo rincoglionito e pasticcione da cacciare a calci in culo per la gioia della plebaglia assiepata fuori dalla casa padronale. Per il popolo rosso e rossiccio, ciò costituirebbe il vero risarcimento per la delusione patita con il principe di Montecarlo, il tortellino intortato dal perfido Cav agli albori della storiaccia del bunga bunga, anch’essa foriera fallace di speranze tramortite di là dalle manovre ancora in corso della feldmarescialla Bokassa. No, gli scialbi epigoni di quel Togliatti, che invano anelò stampare l’orma dei propri scarponi chiodati sulle terga di De Gasperi, non si possono accontentare che un barbaro discendente dal ramo eretico della loro pur vasta famiglia, l’erulo Pisapiacre - avente per sponsor il primo tesserato piddino piddò ispiratore della filosofia uòlteriana, oggi considerata sconveniente dai generali raccolti intorno allo Smacchiatore di Giaguari -, abbia costretto all’abdicazione Letizia Augustola, ultima imperatrice mediolanense. Essi vogliono, sempre vogliono, fortissimamente vogliono, al pari di quel frangiscroto dell’Alfieri, l’annichilimento di Silvio, che non è un fanciullo cantato dal poetastro Vendola, bensì l’attempato signore che frantumò la macchina da guerra di Achille Cerebro Veloce, più rapido a cambiare la ragione sociale del loro partito che a prevedere la tranvata in cui sarebbe incorso per mano del summenzionato. Al pari dell’Alfieri, gli stanchi replicanti del fustacchione Pajetta si fanno legare, non alla sedia, bensì al totem del momento, tipo il quesito taroccato di un referendum farlocco, per menare poi vanto di averle suonate al Suonato di Arcore. Adesso tampinano il Senatùr quasi fosse una green lady concupita da un assicuratore bietolone, come ne La fiamma del peccato, con la differenza che stavolta l’esecuzione materiale del delitto spetterebbe alla maliarda, che dovrebbe eutanasicamente staccare la spina all’ingombrante marito, affaticato dai bunga bunga di cui sopra. Ma il Bossi, benché padre di una Trota, non è un merluzzo che si impolenti facilmente, soprattutto conoscendo l’indole dei polentoni che finora lo hanno seguito nel bene e nel male. Ai polentoni il Berlusca forse non gusterà alla follia, ma vi è da credere che nessuno fra loro sarebbe così fesso da consegnarsi a Bersani e a chiunque venisse dopo di lui. Il padre-padrone della Lega, già divoratore dei propri figli come Saturno, non vorrà essere divorato a sua volta: come ultimo grande animale politico di quest’Italia più terrona che padana, blandirà i suoi Celti dalle lunghe corna con proclami tonitruanti sul fisco e minaccerà con juicio l’alleato semibollito, accordandogli nuova fiducia condizionata e lodando l’opposizione del fido Sancho Maroni all’avventura neocoloniale in Tripolitania. E lascerà di princisbecco l’uomo di Bettole, che non potrà riempire i propri Quaderni Piacentini con nuovi peana alla vecchia ‘costola della sinistra’. Compagni, accontentatevi della Bindi come vostra Eva!

mercoledì 15 giugno 2011

Il senso di Nichi dell'acqua

Il partito della stearica l'ha infilata dritta nell'orifizio inferiore di sessanta milioni di persone. Continuo a domandarmi ossessivamente quale marchingegno studierà l'Orecchino Apulo per aggiustare le falle nell'acquedotto di pertinenza delle amministrazioni, destre o sinistre che siano, obbligate a relazionarsi con la lungimiranza di Nichi il Commosso Viaggiatore, che passa più tempo fuori dalla propria regione assetata di quanto ne trascorra a contatto con i buchi della medesima, siano essi metaforici (leggasi: nel bilancio) o reali (nei tubi che portano l'acqua). O ci mette il ditino - ma dovrebbe avere le braccia di cento dee Kalì - o ci appiccica le gomme masticate dai suoi assessori durante le sedute di giunta.