domenica 29 gennaio 2012

Io non ci sto!

Il sepolcro imbiancato inventore della nefasta par condicio era già da lunga fiata caduto nel dimenticatoio riservato ai mediocri non più utili agli spacciatori di verità adulterate, altrimenti conosciute come menzogne di regime. Regime mediatico, non meno pernicioso di qualsivoglia altra dittatura. Solo la morte riconduce siffatti simulacri di hombre vertical al disonore della prima pagina, soprattutto quando la loro esaltazione risulta funzionale alla propaganda del momento: il ditino levato del madonnaro vale quanto le vacuità retoriche del carrista di complemento dell'Armata Rossa oggi in auge. Credo che un Alighieri redivivo assegnerebbe al signor Noncisto un sobrio loden infuocato all'interno.

giovedì 1 dicembre 2011

Ippocrate e gli ipocriti

Ippocrate, chi era costui? Forse sarebbe meglio manco porsi tale domanda, quando la realtà ci sbatte in faccia un dibattito come quello scatenato (aridaje) dal raggelante episodio avente per protagonista – sbagliato, ma imposto da un’ironia beffarda quanto una nemesi - un revenant di epoche giurassiche quale Lucio Magri, pace all’anima sua. Alzi la mano chi, contiguo alla generazione che gaberianamente ha perso, pur abbarbicata a poltrone testarde nell’indicarne invece una specie di vittoria alquanto amara per il resto della medesima generazione rimasto fuori dai suoi giochini e giocacci, non si ricordava, magari solo vagamente, del bell’eretico (sia gloria agli eretici davvero tali), concupito dalle femmine e schinato appunto dai perdenti-vittoriosi di entrambe le chiese ancora dominanti nel nostro Paese, al netto delle giravolte e conversioni suscitate da crolli di muri subiti e mai metabolizzati. Lucio, dove sei stato in tutti questi anni, per tornare alla ribalta con il paradosso di quel gesto annichilente senza rimedio, che ha gettato nel cono d’ombra la più moderna figura del tuo personale Dottor Morte? A dire il vero, poco ci cale della coscienza di costui, ammesso ne abbia una. E già accettarne la marginalità apparente è il segno disperante di un horror vacui al contrario all’ennesima potenza, che tracima dalla nostra epoca per imbrattare ogni parola e ogni concetto si intenda esprimere di là dall’asettico rispetto e dall’asettica (stavo per dire) pietas riservata alla scelta di togliersi la vita. Viva l’ipocrisia!, è il caso di commentare, fra gli opposti bigottismi. Non ce l’abbiamo con la Svizzera, ci mancherebbe, né tampoco con il Vaticano, la Spectre papalina che tutto ammanta con la vaselina di curia, giusto per consentire un indolore passaggio a presunti osceni silenzi sulla mancanza di una legislazione adeguata a un nuovo grado di ‘civiltà’. Chi vuole farla finita, insomma, se ricco emigri fra le vacche e i cucù, se povero si spari o si impicchi. Ora, è buffo che siano proprio i libertari a volere incartare i drammi fra i commi e i ricorsi in tribunale, come se non fossero già troppe, in ogni campo, le leggi e i regolamenti. Abbiamo davvero bisogno di infilare nel codice la disperazione di un depresso, che è, fino a prova contraria, un malato bisognoso di cure? Se un medico si acconcia a spingerlo oltre l’orlo del precipizio, senza tanto clamore, la sua sarà un’opera meritoria o scellerata, ma rimarrà confinata nel privato, com’è giusto che sia. Personalmente, avendo visto da vicino l’orrido volto della depressione, sono poco incline a dar retta a chiunque cianci di libertà a sproposito, ma non impedisco ad alcuno di bersi il calice e financo di trangugiarlo, senza per questo spacciarne gli atti lesivi dell’istinto di conservazione per atti di libertà. L’ipocrisia, deprecabile dai moralisti, ha la funzione di preservare il tessuto sociale: come individuo non la pratico, il più delle volte, ma la reputo necessaria in tanti frangenti, e non mi scandalizzo certo, da libertario, per i cosiddetti ‘vuoti legislativi’ in materia etica, tutt’altro. Alla fine, l’essenziale è l’elasticità nella valutazione dei singoli casi, ma non certo da parte di una toga o di un assistente sociale o di un sindacalista dei depressi. Lasciamo le cose come stanno, non peggioriamole.

sabato 26 novembre 2011

Tangendo terzopolisti

Il manettaro Travaglio, che rimane un destro spurio prestato ai sinistri, ha una sua lugubre coerenza nell'insistere con le liste di proscrizione, un filino meno liberali di quelle di prescrizione, ugualmente micidiali per la casta dei magnaccioni, che al momento gode del commissariamento divino imposto da San Napo. La cosiddetta 'questione morale' ormai è più pelosa di uno yeti e altrettanto leggendaria. Il cardinal Tarcisio Bertone, più roccioso del suo omonimo Burgnich, avrebbe magari da ridire sul 'buon cattolico' Casini, ma sepolcreggia da imbiancato, pago di non vedere minacciato l'ottopermille, al pari dell'amico-nemico Bagnasco. Quanto al laicone Fini, egli è ormai di là da ogni vergogna e non si perita di sommozzare anche stando a galla nel pattume. Come Italioti, ci meritiamo la serie di van da cui siamo perseguitati, dal 'vanfan...' di Van Rompuy, l'assassino rumoroso delle sovranità nazionali secondo Farage, al pulmino del botolo montecarlino. Ragazzi, Natale si avvicina: trangugiamoci l'ICI con l'uvetta e acconciamoci a recitare la parte dei Magi recanti i doni al Bambinello Monti!

giovedì 17 novembre 2011

Sesto grado

E' evidente che i maggiori partiti approfitteranno della presenza di un governo dei banchieri per concentrarsi sul regolamento di conti al proprio interno, per poi passare al massacro delle rispettive coalizioni: forse a Berlusconi avrebbe davvero fatto comodo un Letta nell'esecutivo, però dubito che i capi e i capetti pidiellini perderanno il sonno per non avere ottenuto che il cardinale del centrodestra vegliasse sulle mosse di Monti, o forse, al contrario, smoccoleranno per non essere riusciti a levarselo di torno, anche se le capacità di mediazione dell'Impomatato saranno poste a dura prova dalle miriadi di fuochi destinati ad accendersi nel partito dell'ex premier. Quanto a Bersani, lungi dal dolersi per la mancata agnizione di (poco) Amato nel gruppo degli ottimati pronti ad affettare i risparmi degli Italiani per salvare il bilancio dello stato, dovrà sudare settanta camicie con le maniche arrotolate per difendersi dalla moltitudine di nani in fregola per scalzarlo, e non mi riferisco al buon Renzi, che potrebbe pescare, in mezzo alle liti fra 'rottamandi', la briscola per costringere le cariatidi rosse nell'angolo. Il Terzo Polo adesso gongola nell'illusione di avere una sponda nei cattolici 'adulti' di cui è farcito il governo, subito benedetto da monsignor Bertone, ma è ancora da dimostrare che il Bokkoniano si lasci intortare dal genero di Caltagirone. La Lega guadagnerà molto dall'essere l'unica vera opposizione, soltanto se darà retta ai suoi sindaci, rivitalizzati dalla nuova ICI (che fingono di non desiderare), e se azzererà il 'cerchio magico', con un Maroni che deve guarire in fretta dalla sindrome del riconoscente nei confronti di Bossi, il quale a sua volta sarà meglio si decida a trasfigurarsi in 'padre nobile' della Quarta Repubblica. Già, perché la neonata Terza è l'ostaggio eccellente di un manipolo di miliardari con il culo al caldo. E, siccome l'invidia sociale non è mai morta, è facile prevedere, malgrado San Napo, un periodo di torbidi mica male. Nessuno dotato di raziocinio brama essere uno sfasciacarrozze, ma sarebbe da ingenui non rappresentarsi gli effetti collaterali di una terapia d'urto. Che potrebbe funzionare meglio di una cura omeopatica, a patto che gli speculatori internazionali si rivelino docili ai comandi dei signori Trilateral & Bilderberg. Guardate a cosa siamo ridotti: a sperare che il liberismo bastardo di Mario Bin Loden faccia meno vittime di quelle che hanno in preventivo i 'banchieri di Dio' e gli accademici sprezzanti del populismo berlusconiano. E' auspicabile che la maggioranza degli Italiani stringa i denti, al netto della nausea per i rampolli invecchiati dell'alta borghesia, provvisoriamente issati sulla tolda di comando, evitando di farsi derubare più del necessario - impresa difficilissima, ma non impossibile (la speranza è davvero l'ultima a morire, soprattutto quando sconfina nell'irrazionalità) -, giusto per non fare la fine di un Sansone con le pezze al sedere che si trascini dietro i filistei mastriccionici.

mercoledì 9 novembre 2011

Bulli, pupe e pugnette

Lo hanno fatto arrabbiare e ora ne pagheranno il fio. Quanti si illudono che stia a leccarsi le ferite sperimenteranno presto la portata del loro errore di valutazione. Contando sull’impressione che fosse ormai sull’orlo del kappaò, hanno insistito nello stringerlo alle corde, fidando nel lancio della spugna, che è arrivato, ma non nel modo che si sperava: in effetti, gli stessi commentatori a bordo ring si ritrovano confusi sull’esito reale dell’incontro, che avrebbe dovuto segnare l’uscita definitiva dalla scena di un pugile suonato, pallida ombra del campione di un tempo, apparentemente rovinato dalla troppo assidua frequentazione di donnine allegre nella vita fuori dal quadrato della politica, prima.distratto e poi distrutto dai suoi stessi vizi. Il guaio è che il gong si è sovrapposto alla resa di un atleta rimasto in piedi, quasi fosse stato egli stesso a guidarlo un attimo prima che il pugno dell’avversario gli centrasse il mento. E adesso vi è la prospettiva che sia ancora il vecchio leone a stabilire l’entità della borsa e le modalità e i tempi della rivincita. Pur consci che, fino a prova contraria, Silvio non sia Dominiddio, e che, pertanto, possa metterci più dei canonici tre giorni per risorgere, nulla si può escludere al riguardo. L’arbitro del match, di cui si favoleggia abbia servito come carrista di complemento nell’Armata Rossa, a dire il vero, è sembrato più interessato a mostrare al pubblico la propria camicia linda di bucato e il papillon di ordinanza che ad evitare i reciproci colpi sotto la cintura dei contendenti, anche se ora, dopo avere evitato di alzare il braccio del presunto vincitore, dà l’idea di voler scalfareggiare un po’ troppo. E il laticlavio elargito improvvisamente alla ragazza sculettante dei cartelli delle riprese, tale Mario Monti, che come secondo lavoro ha quello del menagramo professionista in giro con il circo Barnum per le capitali d’Europa, dove gli infilano mazzette di euracci nel cavallo dei calzoni dopo i numeri di lap dance, è un brutto, bruttissimo segnale. Intanto, continua a rimanere ignota l’identità del boxeur che avrebbe chiuso l’epoca di Berlusconi. Un habitué dei bassifondi parlamentari, tale Barbato, forse imboccato da allibratori restii a pagare le (modeste) quote sulla sconfitta del Tigre di Arcore, giura che l’eroe della serata sarebbe un certo Pomicino, un revenant riesumato e rivitalizzato dalla ter apia voodoo del re degli slums democristiani di Montecitorio, il belloccio Casini. Altri propendono per una femme fatale con passato di antennista nel quartiere di Catodia, la pericolosa dark lady Gabriella Carlucci, già pupa di gangster al soldo del detronizzato Silvio. Pochi ritengono che il merito della caduta di costui vada alla vecchia zia Bersanofia, un’innocua pensionata con l’hobby dei proverbi e delle lenzuola ricamate, quantunque siano in parecchi a sostenere d’averla vista scommettere sulla débacle del campione forti somme prestatele sottobanco da un tizio di Sesto San Giovanni, giusto per rimpinguare le casse della casa degli orfani di Marx e Lenin da lei gestita. E la paura degli aficionados della noble art, se mai l’odiato-amato Berlusconi non riuscisse alla fine a riconquistare la corona dei massimi, è quella di morire democristiani, come vent’anni fa.

martedì 1 novembre 2011

L'astuzia di Bertoldo

La Grecia vuole il referendum sulle misure anticrisi imposte dall’Europa? E’ una buona notizia, perché dimostra che esistono ancora popoli non disposti a farsi massacrare per difendere una moneta nata con gravi tare per compiacere levatrici indifferenti alla sorte della gestante. Stupisce soltanto che a starnazzare contro la decisione del governo di Atene siano fior di abortisti (in senso metaforico e no), fautori da sempre della Rupe Tarpea per le creature malformate. Gli stessi che hanno sempre considerato il benessere dei popoli un accidente irrilevante, di fronte ai conti in ordine degli stati, innalzati a feticcio in luogo delle due sorellastre, oriunde elleniche (guarda un po’ l’ironia… !), Libertà e Democrazia, alquanto maltrattate dalla cricca di banchieri e burocrati annidata fra le brume fiamminghe in questi quasi dieci anni di ciofeca unica. E se è vero che le sunnominate spesso si strappano i capelli l’una con l’altra, e si tirano calci negli stinchi per la difficile convivenza reciproca, ciò non significa non possano allearsi per sberleffare i sopraccigliosi custodi della virtù dell’euro, che fino a prova contraria rimane una convenzione nominalistica ostile alla quotidianità dei sudditi di Mastriccionia (o quella del diminuito potere d’acquisto per la stragrande maggioranza degli infelici abitatori del Vecchio Continente è una fola?). Giustamente, dal loro angolino ristretto, le vestali della divisa unica hanno stigmatizzato l’idea di sottoporre al giudizio dei cittadini greci, non la lunghezza dei cetrioli o la curvatura delle banane (che si potrebbe ritorcere domani contro di loro) - decise peraltro anch’esse nel chiuso di un sinedrio, come l’illiberale e demenziale sistema delle quote latte, con tanto di multe salate per i reprobi e i renitenti a farsi dirigere la produzione -, bensì la qualità di vita futura dei cittadini stessi, opponendo a tale fulgido esempio di democrazia il parallelo con la scelta dell’albero da parte dell’impiccato, forse memori (ma ne dubitiamo, stante la crassa ignoranza di certi contabili troppo compresi del proprio ruolo) dell’astuzia di Bertoldo. Ora, di là che i Greci – o, meglio, i politici scelti dai Greci – abbiano truccato i conti, o anche solo pasticciato con i numeri, pur di entrare nel meraviglioso mondo dell’euro, e che abbiano fama di cicale, e magari vi siano fra loro molti con la testa piena di mitologia comunista, nessuno può sostituirsi ai medesimi nello stabilire il destino di Atene, e meno che mai gli epigoni di Sparta, convinti di essere gli unici a poter indirizzare la sorte di un paese. I fantomatici mercati hanno reagito malissimo? Non sarà che agli speculatori pilotati dalla Trilateral, cui appartiene il malinconico Draghi, vada di contraggenio una piccola barca che sfidi i signori dell’euro? Lasciamo ai Greci la libertà di sbagliare, ammesso che davvero siano tutti indignados senza un briciolo di raziocinio, e forse un domani li potremo financo ringraziare.

giovedì 22 settembre 2011

Secedo, ergo sum

Tutti dicono abbia perso il fiuto e non sia più in grado di annusare l’aria che tira, prigioniero di un ‘cerchio magico’ dal diametro asfittico, sempre più stretto e sempre meno capace di quelle magie che scaturivano da una minuscola ampolla e innervavano lo spadone da celodurista sprezzante del capo padano. Di pugnace, all’Umberto, sarebbe rimasto solo il terzo dito, che ormai svetta più per irridere i gazzettieri che per aprire la via ai nemici di Roma ladrona. Forse a prenderlo sul serio è solo più quel nullafacente invecchiato di Casarini, il quale è uscito dal proprio letargo esclusivamente per guastargli la festa in laguna, giusto per copiare i pirlacchiotti in fascia tricolore che poco tempo prima i bravi pedalatori del Giro di Padania non hanno avuto il buon gusto di arrotare dopo la seminagione di puntine da disegno sul percorso del medesimo. A molti avrà fatto tristezza, e pure tanta rabbia, che il babbo del Trota si sia intestardito nelle scorse settimane a montare il cavallo sbagliato della difesa ad oltranza delle pensioni (quantunque sia ammirevole la lealtà, magari pelosetta, mostrata dai vertici belleriani nei confronti dei molti poveri cristi nordisti schifati dall’ennesimo indecoroso balletto in materia da parte di gente incapace di accennare un benché minimo mea culpa riguardo all’immane sperequazione previdenziale tuttora in vigore), oltretutto sponsorizzando l’idea perversa di imporre la patrimoniale ai presunti riccastri, nonché quell’autentico autogol rappresentato dall’aumento dell’IVA, che tanto nuocerà nell’immediato futuro alla nostra economia. Ecco, un Bossi così malridotto non lo vedevamo dai tempi del maledetto ictus, e forse un’operazione al gomito non è il viatico migliore per rinverdire i fasti del gesto dell’ombrello, come pure il guardarsi in cagnesco fra gli adepti della Marrone e i seguaci di Maroni, costretti ora, questi ultimi, a filarsi obtorto collo il ‘semplificatore’ Calderoli per non cadere sotto i colpi delle femmine terribili del capo, la Manuela e la Rosi, le ‘terronizzatrici’ in gonnella del più vecchio partito presente in Parlamento. Ma chi si domanda se valesse la pena far imbufalire il vegliardo quirinalizio, che guai a toccargli il giocattolone del centocinquantenario dell’unità d’Italia, al punto di farsi trattare come un cane in chiesa per avere riesumato l’idea della secessione padana, sia pure da ottenere attraverso un referendum peraltro impossibile, ancor più di una consultazione su temi fiscali, dimostra di non avere affatto capito, a distanza di più di vent’anni, lo spiritaccio del genio acciaccato di Cassano Magnago. Se continuiamo a lasciarci svillaneggiare dai prezzolati obamiti delle dannate agenzie di rating, che procurano orgasmi solo all’opposizione nostrana, il minimo che ci meritiamo è una rodomontata in stile pontidiano del vecchio Senatùr, rivoluzionario piccolo-borghese in disarmo, ma pur sempre in grado di tenere buoni i propri sindaci dinamitardi, molto più di quanto riesca al valido Alfano con le riottose truppe pidielline sempre in procinto di farsi sedurre dal bel Casini. Da secessionista convinto, so bene quanto poco valga la boutade in tal senso dell’antico Raìs, asserragliato nella Sirte varesina a causa della guerra di successione scatenata da personaggini timorosi del diluvio prossimo venturo. E se il PD ci può raccontare impunemente la balla di un Paese pronto al rinascimento se solo lo Smandrappavulve di Arcore togliesse l’incomodo, non vedo perché i barbari leghisti mazzolati dai delinquenti dei centri sociali non possano sognare il ritorno all’Eden grazie al divorzio dai succhiatori di capezzoli statali attestati sotto la Linea Gotica (quelli sopra sparirebbero d’incanto…?). Diamine, qui l’identità ce la depredano da almeno cinquant’anni, perciò non stupisca il coniglio riciclato da Bossi, che almeno non esibisce cilindri donde cavarlo.