lunedì 4 febbraio 2013
Boutade boomerang?
Ieri sera, tanto per non farci mancar alcunché, il gambo di sedano della comicità intelligente italiota, la mia concittadina Luciana Littizzetto - una che, più passa il tempo, più s'immedesima nel ruolo di una Pippi Calzelunghe da gerontocomio, riuscendo financo ad apparire credibile -, ha informato l'orbe terracqueo che Milano detiene il primato mondiale degli accessi a YouPorn, esplicitando poi, con l'eleganza che la contraddistingue, l'attività preferita dai cittadini ambrosiani quale conseguenza pratica di tale interessamento, destinato giocoforza a non esaurirsi in un'accademia sterile sulle proposte del summenzionato sito. Per farla breve, l'esegeta del rompicazzismo nostrano, ridotto dalla medesima a paradigma berlusconico, ha decretato che la capitale morale ed economica d'Italia si fa le pippe, seguita peraltro a breve distanza da Roma, che certo non si rassegna a farle da damigella d'onore in tale commendevole classifica. Tutto questo non c'entrerebbe affatto con l'argomento che ci sta a cuore, se non fosse per un dubbio che ci attanaglia: ma davvero l'autoerotismo (la sessoautonomia, come lo chiamava la buonanima di Stefano Rosso) è l'ultima frontiera per i cittadini vessati da un potere che li piglia per i fondelli, dopo averli irrisi con i balzelli? Insomma, se i sudditi si ripiegano su se stessi, preferendo culi e tette in video a una tribuna politica con Tabacci, non sarà perché si è tirata troppo la corda con le 'magnifiche sorti e progressive' rappresentate dai rimborsi per la nutella e dai bilanci in rosso delle banche di servizio? Se chi dice di paventare l'astensione dal voto non vede il nesso con l'astensione dal sesso partecipato, chi ci salverà dalla depressione? E' pur vero che nulla c'impedisce di pensare che i cultori, meneghini o trasteverini, degli atti impuri internettiani organizzino in realtà visite in comitiva davanti al monitor, ma bisogna riconoscere come assai più probabile, almeno per chi sia abbastanza onusto d'anni da ricordare le entrate di soppiatto nei cinema a luci rosse, che il cosiddetto 'vizio solitario' non sia mai davvero entrato in crisi proprio perché di ogni crisi se ne è sempre sbattuto. Non farà fine, ma non impegna. In un'epoca di recessione, è veramente il massimo. E ti permette di staccare il pensiero da Monti, Bersani e Vendola. Adesso poi che le gerarchie ecclesiastiche hanno dimenticato il sesto comandamento, per concentrarsi sui veri peccati mortali come l'evasione fiscale (l'IMU è un caso a parte), l'islamofobia, la tiepidezza verso i valori resistenziali, uno può anche fregarsene dei sensi di colpa e procedere spedito alla volta dell'apoteosi di Onan. Trasferendo in politica questo concetto, potrà financo sognare di concorrere alle elezioni con una lista che porti stampato a caratteri cubitali vicino a un qualsivoglia simbolo il proprio nome. E non importerà che, fino al giorno prima, sia stato lo squallido portaborse di un mentore magari ingombrante abbandonato all'ultimo istante. Basterà che gridi più forte di altri promesse farlocche, maledicendo fino alla settima generazione chi lo aveva tratto dalla palta dell'anonimato. Rinnegarlo sarà atto meritorio, purché si ricordi prima di tirare il collo al gallo. D'altro canto, identico trattamento gli sarà riservato da chi, in circostanze diverse, gli avrebbe forse tirato la volata. Ottima regola in politica è non dare mai per bollito un avversario fino al verdetto delle urne: l'esempio sorprendente, in questa campagna pazza che si concluderà l'ultima domenica di Febbraio (mese anomalo per il voto), è dato dal Berlusca, non a caso animale da elezioni, che ha deciso di sfidare la propria stessa nomea di grande imbonitore con un annunzio apparentemente trombonesco, che potrebbe essere il canto di un cigno bauscia come, invece, il sigillo pirotecnico a un finora scialbo spettacolo da mestierante. Troppo éclatant, troppo sopra le righe, troppo guizzo da funambolo che prelude allo schianto mortale. Qui è d'obbligo sospendere il giudizio, come avviene di fronte al bluff smaccato di un insolente pokerista, che abbia vinto troppe mani per essere liquidato con una semplice coppia di jack. Si può essere ammirati e disgustati allo stesso tempo, davanti a un'improntitudine insieme gaglioffa e regale. Vorremmo essere soccorsi dal raziocinio mentre sprofondiamo nell'utopia, e quasi si prova pena per il grigio Bersani con le maniche arrotolate, che pure ci ha sottratto alla vista il putto Renzi per restituircelo vestito da garrulo aparatchik prono a un concetto di lealtà che mai ha trovato casa in quel partito, il Bersani sbranatore che rischia la sbranatura, al quale il guizzo e il sopra le righe sono inibiti dall'atavica seriosità dei mediocri. E che dire del Bilderbokkoniano, capace di sputarsi in entrambi gli occhi per star dietro al pifferaio in qualità di pifferaio di complemento, che in un colpo solo si è giocato topi e bambini? E di Giannino, il più infelice di tutti, costretto a fare il liberale timido, egli che è un avventuroso esploratore di quanto non è scontato, ironico spregiatore delle fanfaluche silviesche, risucchiato per propria scelta (e per la perfidia del Cav) nella palude dell'antiberlusconismo? L'uomo di Arcore dixit. Troppo presto, troppo tardi? Troppo furbo, troppo coraggioso (e/o incosciente)? Troppo fiducioso nel potere del proprio verbo? Qualche ermellino digrignerà i denti e lo accuserà di voto di scambio? L'Europa si cagherà addosso? L'Europa si infurierà, su suggerimento di Concita? Il sorrisino di Travaglio si accentuerà? Domani Silvio farà parziale marcia indietro (no, no... stavolta gli sarebbe fatale...)? Monti elogerà di nuovo la statura accademica di Brunetta? Mi rendo conto che i punti interrogativi sono già un esercito, ma sinceramente faccio fatica a considerare la promessa di restituzione agli Italiani dei soldi rubati con l'IMU soltanto una boutade o, meglio, voglio sperare che tale non sia. Ma, nello stesso tempo, mi sentirei uno sciocco a prenderla per qualcosa di diverso da una boutade e, pertanto, mi auguro di cadere in letargo fino al momento di entrare in cabina.
venerdì 16 novembre 2012
Piccole secessioni crescono
Vi sia pure chi ci vedrà soltanto folklore, ma una spia benché minima, quantunque già significativa, del disagio prodotto in una fetta non ancora quantificabile di cittadini USA dalla rielezione del sor Barack alla Casa Bianca, per la quale, more solito, si è mobilitata una percentuale inferiore alla metà degli aventi diritto, in misura quasi uguale per favorirla o per contrastarla, di là dagli accenti trionfalistici della claque mediatica, più fracassona nel Vecchio che nel Nuovo Mondo (come se l'avvento, quattro anni or sono, del Messia sposo di Michelle non fosse coinciso con la temperie speculativa piegatrice degli assetti economici europei, originata di rimbalzo dalla bolla figlia degli avventurismi delle banche a stelle e strisce, che avrebbero poi trovato proprio in Obama il deus ex machina salvifico, sulle orme di quel Clinton loro paladino), ebbene, si cela in una notizia non casualmente nascosta dai grandi organi d'informazione - e deformazione -, che tanto si assomigliano su entrambe le sponde dell'Atlantico: da noi, è vero, si ciancia di Catalogna e Scozia e Baviera e Veneto, per esecrarne le pulsioni autonomistiche, se non addirittura secessionistiche, ma intanto anche il corpaccione dell'Unione difesa a suon di cannonate dal liberatore degli schiavi neri Lincoln sembra percorso da fremiti febbrili, che rimandano alla volontà di riappropriarsi del proprio destino alla faccia delle mene bilderberghiane e trilaterali, i cui fasti sono stati celebrati in questi giorni in quel di Roma, quasi a ribadire che la sorte dei popoli è l'ultima cosa che interessi ai bastardi della finanza vogliosi di trasformarci tutti a colpi di gabelle in dipendenti ossequiosi e nullapensanti, anche a costo di sacrificare i consumi e la crescita di intere nazioni. Anche stavolta sarà l'America a salvarci, con il paradosso di un risorgente isolazionismo contraddicente quella globalizzazione ormai archiviata come verbo di speranza, quantunque concretamente perseguita nei più remoti anfratti dell'orbe? Parrebbe che, dal Texas all'Alaska, passando per il minuscolo Delaware, senza distinzione fra seguaci dell'asinello e dell'elefantino, sia un pullulare di petizioni popolari per staccare questo o quello stato da Washington ladrona, vista magari a torto come sentina di vizi burocratici dagli abitatori dell'America profonda, soprattutto dopo le sciagurate scelte del governo centrale in tema di riforma sanitaria e di salvataggio delle banche. Qualcuno ha avuto l'ardire di conteggiare le iniziative partite dalla periferia per provare perlomeno ad avvertire l'amministrazione centrale che manco l'idea di Stati Uniti si può considerare eterna, scoprendo che già sono trentadue gli stati dove gruppi più o meno numerosi di cittadini si danno da fare per raggiungere con tale messaggio i padroni della politica federale. E non è da dire che siano i più ricchi, o i meno poveri, a voler dare un taglio al sogno di un'unica bandiera, siccome pure in California, un tempo terra promessa per antonomasia e oggi condotta sull'orlo del fallimento, vi sono persone che ambirebbero fare a meno dell'onnipresente stato centrale. Ed è uno choc salutare per gli innamorati del luogo comune dell'estrema mobilità che caratterizzerebbe i cittadini a stelle e strisce, i quali, pur così avvezzi a spostarsi da uno stato all'altro, capiscono meglio di chiunque altro la validità del principio di concorrenza, al punto di volerlo trasporre anche nel campo della cittadinanza; infatti, ciò che non comprendono gli ostili al riconoscimento del diritto di secessione è quanto sia importante, non la secessione in sé, bensì in quale modo si seceda. Per costruire una società più liberale, magari, da contrapporre a chi invece ha fatto della burocrazia e dell'ipernormativismo un dio. Gli Stati Uniti non si frantumeranno domani, ma forse la perdita di qualche pezzo, anche piccolo, di territorio, potrebbe valere da monito per i governi d'Europa, che inseguono l'utopia mortifera dell'omogeneizzazione centralizzata, uccidendo l'anelito di libertà di popoli non disposti a morire per le banche e per i pareggi di bilancio che sbilanciano famiglie ed imprese.
mercoledì 10 ottobre 2012
Beferotrofio
Non auguro certo ad Attilio Befera la fine del conte Prina, avendo in orrore i linciaggi. A proposito di quel tragico episodio, finito addirittura in proverbio nella lingua meneghina per indicare una sorte miseranda, ancora oggi si vocifera che a sobillare la plebaglia - in realtà composta per lo più da borghesi ridotti in rovina dalla sciagurata fantasia tassatoria del brillante avvocato piemontese (sembra quasi un destino dei miei corregionali venire ricordati come impositori di gabelle fra le più odiose, come la tassa sul macinato voluta dall'altrimenti stimato Quintino Sella) - fosse stato il conte Federico Confalonieri, in seguito sodale del Pellico durante i moti carbonari di sette anni dopo, mentre altri, più avvezzi ad agiografare i protagonisti risorgimentali, puntano il dito contro il 'cattivo' dell'epoca, vale a dire l'Austria di Metternich. Ora, il gran capo di Equitalia e dell'Agenzia delle Entrate è, a differenza del ministro napoleonico, solo poco più di un esecutore di disposizioni provenienti dall'alto, ma un esecutore di quelli che fanno la fortuna e la vergogna del proprio principale, nella fattispecie il premier Mario Monti. Un algido condottiero che sa evidentemente riconoscere chi ben lo serve magari 'pensando al regno', come non troppo tempo fa si è sussurrato giusto del conte Attilio (il paragone con il cugino di don Rodrigo è suggerito dalle mene di quegli per favorirne la prevaricazione sulla povera Lucia, di là dalla scommessa fra i due sulle possibilità di successo dell'impresa), dato quasi per certo candidato alle prossime elezioni politiche nel partito di Casini. Ecco, che tale sussurro non sia ancora divenuto un grido, può dipendere dall'insieme ferreo e plumbeo proposito del mandante dello stesso Befera, che su tanti proclami raccolti nella propria agenda, santificata da tanti piddini e pidiellini a prescindere, ha assunto il passo del gambero, ma non certo riguardo al tritacarne fiscale, oliato dal moralismo deteriore di schiere di plauditores a buon mercato, consapevoli che il traguardo finale dell'imposta patrimoniale, una tantum o fissa che sia, sposterà ancora di più in avanti la già difficile uscita dal tunnel della crisi. Monti ha una fretta indiavolata di monetizzare il proprio sforzo tassatorio, a dispetto delle cifre che lo condannano, e l'unica mano che può spingerlo è quella borsaiola di Equitalia, che avrà campo libero nel periodo precedente il voto per sfoderare tutto l'armamentario di cui dispone e aprire un fuoco di fila senza precedenti su contribuenti onesti e gaglioffi, soprattutto sui primi. Befera deve rimanere al proprio posto: è questo il senso della proroga imposta dal governo per la concessione ad Equitalia del compito di riscuotere i tributi. I Comuni, che si sarebbero volentieri sbarazzati della 'gioiosa macchina da estorsione' per incassare in prima persona i balzelli, sono rimasti fregati: il 'magnifico monopolio' equitaliota non vacilla, grazie all'ennesimo sberleffo alla logica della concorrenza, con tutti gli agi e gli aggi ai beferoidi scatenati. E c'è chi sospetta un accordo segreto con le grandi municipalità, a parole critiche verso i metodi da racket della banda capitanata dal conte Attilio, ma sotto sotto preoccupate di non raggranellare i dindi necessari alla propria sopravvivenza, se non appunto appoggiandosi ai sistemi spicci di Equitalia, che è il contrario dell'AIDS: "se la conosci, non la eviti" (perché ti fa comodo). I lavori sporchi, le cartelle pazze, le multe ai genitori dei bambini che fanno il mercatino dei fumetti ai giardini pubblici, spettano ai professionisti del procurato lastrico. Ora è legge e i sindaci hanno poco da discutere, ma solo da risparmiare sui lampioni quando vien la sera. Cassandra, la profetessa di sventure, è ancora in circolazione, ma con la 'spendinreviù' si è tolta le ultime quattro lettere dal nome: adesso si chiama Cassa. Continua, come un tempo fu la lotta. E, se non potrà candidarsi dovendo portare avanti il superlavoro, Befera forse avrà, al pari del suo padrone, un laticlavio a vita.
sabato 15 settembre 2012
Tutti addosso al Marchionne pinocchio
Non ho mai avuto una particolare simpatia, forse perché torinese, per i vertici FIAT, a cominciare dal sopravvalutatissimo Avvocato con l'orologio sopra il polsino. Ho sempre pensato che la massima industria automobilistica italiana, oltre a produrre catorci smerciabili solo a gente di bocca buona e dal portafoglio in gramaglie, fosse brava esclusivamente nel privatizzare i profitti e socializzare le perdite, facendosi aiutare in maniera sfacciata da governi di calabrache di vario colore. Ma oggi mi debbo forse ricredere, sempre che l'uomo dal maglioncino non mi sorprenda con l'ennesima giravolta, che sembra un po' il suo vero marchio di fabbrica: due anni fa, in pompa magna, il fratello normale di Lapo aveva annunziato che, sì, il colossino nato dall'intesa con la Chrysler non si sarebbe disimpegnato dall'attività nostrana e, anzi, le avrebbe dato nuovo impulso. Adesso ci vengono a dire, il Sergio e il John, che non è cosa, che ci hanno ripensato, che il progetto 'Fabbrica Italia' non gusta più ai piani alti di corso Marconi. E il guaio è che, pur fedifraghi e mancatori di parola, hanno ragione loro. Lasciamo perdere Nostra Signora della Permanente e Bonanni-D'Artagnan, che in fondo fanno (male) il loro lavoro, che è lo stesso da cinquant'anni e più, e per il quale li dobbiamo ringraziare dal profondo del cuore, giacché, se non ci fossero, i nostri partitanti non potrebbero tirar fuori a ogni pié sospinto la magica paroletta 'concertazione'... ma che ci fanno, nel coro dei bacchettatori di Marchionne, la leonessa Elsa e il passerotto Corrado, ministri di un governo sedicente tecnico, infarcito di professoroni di economia, che dovrebbero capire per primi le ragioni di un'impresa? La FIAT ha munto finché ha potuto dalla mammella dello stato, creduta inesauribile fino a quando la parolaccia 'spread' non è entrata prepotentemente nel vocabolario di tutti gli avventori di tutti i bar d'Italia. Sergio e John, due anni fa, annusavano un'aria meno mefitica di quella odierna, a prescindere dai loro tubi di scappamento, se li vogliamo considerare sinceri (come se ce ne fregasse assai...), ma le convenienze si misurano sul numero di bastoni che la politica mette fra le ruote di chi voglia davvero decollare e non semplicemente rollare sulla pista. Quando non si può più vivere di rottamazioni, i rottami si riciclano. Magari fuori dai confini.
martedì 17 luglio 2012
Otannicnic
Chi sa perché, non riesco ad appassionarmi al dibattito sul ritorno del Berlusca: egli, che ha sempre vantato la propria estraneità al teatrino della politica, cui peraltro ha contribuito alla grande - né sarebbe potuto avvenire altrimenti, considerando la politica alla stregua di un enorme palcoscenico quale effettivamente è (il suffisso 'ino' vorrebbe spregiare tale caratteristica, ma rimane solo la fotografia di una parodia) -, non si è saputo distinguere dai suoi avversari manco nella rinunzia dignitosa a calcarne le tavole. Il tempo del Silvio incantatore di serpenti è irrimediabilmente trascorso. Oltretutto, rientrando nell'agone, il Cav mostra soltanto di voler salvare ciò che non merita di venire salvato, vale a dire un partito che appoggia un governo di incapaci alle dipendenze di un vecchio barbogio già complice di nequizie ben peggiori di tutte le sciocchezze montiane. E come vuole risolvere l'attuale contingenza il bollito di Arcore, con le barzellette o spezzando le reni alla Minetti (honni soit qui mal y pense)? Non abbiamo bisogno di cincinnati alla rovescia per farci male più di quanto avvenga ora.
giovedì 12 luglio 2012
O capitano, mio capitano!
Capitan Codardo o capitan Furbetto? L'ultima bischerata che vorrei sentire dai mastri pensatori della morale un tanto al chilo, scandalizzati per il 'sottile' compenso elargito da Mediaset allo Schettino per la sua apparizione televisiva dell'altro ieri - una specie di Fatima a gettone in nome del sacro diritto di cronaca, lo stesso invocato dagli intercettatori forsennati, organici alle manie di grandezza di certi procuratori restii a passare di moda -, è che in tutti noi alberga almeno un cicinino del comandante della Costa Concordia, donde il meritarci l'esibizione del medesimo in prima serata senza che il fegato ci roda più di tanto. E se l'odiens o lo scèr, o quel diavolo che sia, premiano siffatte comparsate, o diamo l'assalto al Palazzo d'Inverno del Biscione con i forconi risparmiati contro le nequizie dei fiscaroli al potere, contraddicendo la nostra vocazione al trangugio delle merdate sesquipedali, o ce ne stiamo zitti e buoni, che in fondo sarebbe la cifra perfetta del popolobuismo imperante, più delizia che croce per gli intelliscemi abilitati al cazzeggio etico. Il Moige ancora non si è scagliato addosso all'intervista prezzolata al re dei vigliacchi dei sette mari? Ottima non-notizia, degna di non-festeggiamento, non-paradigmatica dei paradogmi di chi non riesce a concepire il mezzo televisivo alla stregua di uno dei fini più potenti (ancora, a dispetto della rete ubriaca delle peggiori sciocchezze) della nostra epoca. Schettino in tivù è un cazzotto ai fautori del vestalismo più retrivo, che si beve compiaciuto gli ettolitri di sangue delle serie poliziesche americane, a base di C.S.I. (nostalgia dell'acronimo succeduto per breve tempo alla gloriosa Unione Sovietica?) e del Dexteronomio killerotico trionfante sui sopori Law and Order, ma s'inquieta per una sillaba fuori posto di un candidato a corda e sapone mediatici, oggettivamente antipatico senza manco il riscatto dell'intelligenza (personalmente, avrei qualche problema a stringergli la mano), eppure troppo umano, almeno nel sembiante, per non avere diritto a mostrare, a chiunque ne abbia lo stomaco, il proprio sbilenco coin de vue, monetizzando financo il disgusto altrui, giusto per non lasciare in povertà gli avvocati che lo dovranno sostenere in una causa da far tremare le vene e i polsi a uno meno spiaggiato di lui. Se fosse andato al Grande Fratello invece che a Quinta Colonna (di quale nemico?), sarebbe stato il Pulp Fiction dei reality, ma così il Salvo nazionalpopolare ha fatto la sua porca figura, suscitando le invidie dei cronisti specialisti nei 'faccia a faccia' con il mostro di turno. Lo strascico dei pistolotti lo lasciamo alle spose del conformismo, le quali dubito avrebbero gridato alla propria virtù violata se i dindi per Schettino li avesse sborsati il servizio pubblico. Spendinreviù a tutti!
mercoledì 20 giugno 2012
Bandidos!
Da fuorilegge, da appestato voglioso di essere untore e di dare la birra ai birri dell'Agenzia delle Entrate, non posso che levarmi tanto di cappello dinnanzi al capoccia di costoro, il sor Attilio dimorante nel cuore di Monti e del suo mentore Napolitano, il quale, se potesse, son certo lo farebbe baronetto per i tanti meriti fin qui accumulati nei confronti della gloriosa Terza Repubblica, che non trema davanti alle equibombe e non arretra di fronte ai mugugni e ai mal di pancia dei contribuenti, cui peraltro fa da contrappunto il
trionfale mettersi a novanta gradi dei medesimi nel momento della verità, allorquando, lungi dall'impugnare i forconi per lunga fiata agitati in rete, sette proprietari di casa su dieci hanno deciso di accondiscendere all'esborso della prima rata dell'imposta-zombie denominata IMU, magari pensando con ciò di allontanare da sé lo spettro del salasso dicembrino (che pure vi sarà, a scorno degli eterni ottimisti, e che i media appecoronati rappresenteranno di certo come la giusta e sobria vendetta del potere fiscarolo nei riguardi dei parassiti
evasori; ah, se non vi fossero costoro da destinare alla gogna, come potremmo vivere?). Con encomiabile sollecitudine, invero un po' sospetta, ha provveduto la Consulta dei CAF, braccio armato di quei sindacati che da sempre reggono con
piglio manageriale l'INPS, socio di minoranza nella benemerita Equitalia, a informarci dell'esito di quell'autentico voto di conservazione costituito dalla scadenza del tributo ammazzamattoni: una sorta di referendum confermativo per i
tassametri viventi (?), per i balzellosauri impegnati a fare 'marameo' al pericolo della propria estinzione, alla faccia dei proclami trucibaldi di rivolta fiscale circolati sul web in questi mesi di passione altrimenti spenta.
Santanché Santanché, di ribelli non ce n'è! Logora Lega, dei tuoi appelli chissenefrega? Ragazzi, ragazzi, e mo' sono... ! Insomma, ci si è divertiti a minacciare sfracelli e poi, buonini buonini, timorosi di ricevere cartelle esattoriali da far stramazzare un toro, si sono ripiegate le bandiere masanielle e si è indossato il loden per proteggersi dall'anticiclone Scipione. La squadra azzurra di calcio ha suonato l'Irlanda del Trap, ma è un caso isolato, giacché
per il resto Dublino ci ha riservato una lezione coi fiocchi, insegnandoci come si deve comportare un popolo davanti all'arroganza degli sceriffi europei: l'equivalente gaelico della gabella sul focolare è stato spernacchiato, nell'isola dei trifogli, da cinquanta cittadini su cento. Qualcuno dirà che quelli stanno peggio di noi, e che molti non sono manco in grado di versare l'obolo, ma sono fregnacce: la realtà è che arriva un momento in cui si oltrepassa la soglia della sopportazione e non ti spaventano manco più le sanzioni, perché la rabbia verso l'ingiustizia e le prepotenze del potere ti dona una percezione migliore di quel che andrebbe fatto. Ecco, a me la storia di Socrate che beve la cicuta per rispetto verso la legge mi ha sempre dato la nausea, parendomi una boiata sesquipedale, di là che a raccontarcela sia quel
gran paraculo di Platone, da cui discendono per li rami lo stato etico di Hegel e il governo dei tecnici di Monti. Se la mia coscienza trova che una tassa sia ingiusta, perché colpisce un bene primario dell'uomo, allora mi sento legittimato a mandare al diavolo tassa e tassatore. Vabbuò, "modus est in rebus" e talora ci si accontenta di votare un ometto che fa 'cucù' alla Merkel, salvo poi chiamarla 'culona inchiavabile', giusto per la di lui promessa di togliere di mezzo il balzello, salvo poi reintrodurlo di soppiatto una volta gabbato lu santo, cioé vinte le elezioni. Ma, appunto, a dar retta ai politici si finisce male. Da ieri l'altro, provo l'ebbrezza di essere un 'wanted' per i beferoidi che ci hanno invaso, corrompendo pure la nostra gioventù: spero solo che non sia un infante delle elementari a indicarmi con il ditino accusatore, quando dovessi incrociare una pattuglia di finanzieri. Come nella canzone di Boris Vian 'Le déserteur', dovrei andare per le strade di Bretagna, di Francia e di Alemagna per propagandare il verbo dell'obiezione fiscale, ma il vantaggio della rete è
che non vi è bisogno di spostarsi troppo. Non escludo che la Lodensprung introduca il carcere per gli evasori (concetto ossimorico e contrappassistico anzichenò), senza sottilizzare fra costoro e gli obiettori. Ah, in estate arriverà la stangata sulle bollette di luce e gas, ma ancora non sarà la festa dell'ingrasso per i tarantolati della RAI, che sognano di agganciare il canone alla prima (più avanti, e vedremo se Passera dirà che è un'idea 'repellente'...). Personalmente, lancio la proposta di firmare una petizione sul sito www.petizioni24.com (ahinoi, ci precludono i referendum sul fisco) per introdurre la decadenza automatica delle accise ultraquinquennali sui carburanti, che ci costano direttamente - poco - e indirettamente - moltissimo -, oltretutto con il sistema truffaldino di applicare l'IVA sul prezzo della
benzina comprensivo di tali tributi.
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