Ma sì, mettiamoci anche noi a (s)parlare del pirata Morgan, quello del Coca libre che si sputtana su Max con le ciance a prova di crack per informarci di quant'è depresso e quanto gli fanno bene le pere a lui che non è contadino, ma che ugualmente semina confusione nelle teste dei fans, altro che Bluvertigo, una vertigine da sballo mediatico per tuffarsi nel nazionalpopolare più bieco, facendosi un Mazzi tanto - dopo avere acceso un cero a Santa Nega - per convincere financo quel bigotto di Giovanardi che Marco Castoldi sarebbe un magnifico testimonial per la pubblicità-progresso contro gli stupefacenti. Il drago dell'antidroga, lo stupidofacente per nulla stupido, anzi, volpino - basta che a Sanremo lo riammettano, magari come ospite di (dis)onore, se non come concorrente, giusto per non procurare un travaso di bile a Enrico Ruggeri. Embé, bando alle ipocrisie, raga, qui sappiamo tutti che gli artisti, o presunti tali, si fanno o ci fanno, e Morgan mica poteva essere da meno, oltretutto dopo avere avuto come suocero Dario Argento, che di incubi se ne intende, avendone confezionato uno come la figlia Asia, con la sua dizione orripilante e l'incapacità a recitare. Insomma, Morgan è bravo ed eccentrico e funziona come personaggio catodico, ma la vita è qualcosa di diverso da X-Factor, dove ti puoi impancare a giudice con la benedizione di Mammarai, ergo non ti allargare, Morganuccio, perché l'invidia è forte, soprattutto fra chi invidia le str...amberie, e tutti sono pronti con lo schioppo per impallinarti. E, diciamola tutta, tu sei un maudit di riporto, un ribelle della mutua, che si accontenta dei cliché e della banalità patinata: da musicista di rottura, sei finito a incidere la cover (bella, molto intensa, filologicamente fin troppo rispettosa) di un brano sanremese - quando i fiori dell'Ariston erano remotissimi parenti di quelli adornanti le chiome di certe fanciulle del flower power appena sbocciato sulla costa pacifica dalle parti della psichedelica e peccaminosa San Francisco -, come quella Lontano dagli occhi di Sergio Endrigo, che aveva grandi qualità, ma che esteriormente non si presentava certo come un allegrone. Alla depressione di Morgan ci credo, un po' meno alla sua fede nelle virtù terapeutiche della cocaina, sia pure non 'sniffata'. Forse per combattere i capogiri da altitudine elevata, come succede ai popoli andini, che però masticano le foglie della pianta e non si impasticcano di roba chimica. Ecco, magari Morgan ha misurato le altezze dell'Auditel e si è accorto che Sanremo rimane pur sempre una località a livello del mare, e che il Festival, come le stagioni, non è più quello di una volta. A ridosso della sua epifania in Riviera, avrà concepito la furbata pour épater les bourgeois e consentire al Giovanardi di turno di recitare il proprio ruolo di feroce censore. Tra un po' sfileranno le tavole del palcoscenico da sotto i piedi di quanti indulgono alle sigarette, figuriamoci se un cocainomane inquieta dopo le macerie morali di GF e simili... No, se Morgan avesse voluto veramente scandalizzare, si sarebbe dovuto dichiarare evasore fiscale. Allora sì che i buonisti lo avrebbero arrostito sulla pubblica piazza!
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sabato 6 febbraio 2010
mercoledì 6 gennaio 2010
Pene d'amor perdute
La fretta non è mai una buona consigliera, come ci insegnano i cultori dello slow food e gli esteti dei cari vecchi tempi, ma la modernità e la post-modernità viaggiano con il cronometro in mano e ci misurano la pausa caffé con la stessa spietatezza del ministro Rotondi. Anche gestire i sentimenti e le emozioni è divenuto un lavoro che richiede efficienza, onde evitare antieconomici scoraggiamenti e deleteri esami di coscienza. Non ci si può gingillare con rimorsi o rimpianti, né indulgere a colpevoli resipiscenze. Bisogna archiviare sospiri e lamenti, una volta conclusa la pratica, senza lasciare fuori manco una pansé o l’eco superstite della canzone che ci aveva cullati fino al giorno prima. Altro che signorinelle pallide del quinto piano, nostalgie canaglie o libri galeotti nei cassetti, cascami di casqué o madeleines proustiane prostranti! Più facile a dirsi che a farsi: le elaborazioni del lutto, quando finisce un amore, sono faccende maledettamente complicate, con rituali da affidare ai sacerdoti dell’inconscio quali lo psicanalista o il barman. O dovremmo dire ‘erano’? Nell’Austria felix (etichetta di comodo quanto mai appropriata nella fattispecie), sembra siano arrivati a commercializzare in farmacia una pilloletta per saltare a pié pari le costose sedute sul lettino del terapeuta o al bancone del bar: si chiama, guarda un po’, Amorex, e consentirebbe di bloccare all’istante la sofferenza per la dipartita di una bella fedifraga o di un fustaccio tamarro insensibile. Più nessuna ricerca spasmodica di fallaci scacciachiodi o di amici disposti a sorbirsi i nostri pianti greci per la svanita felicità. Più nessun dispendio di energie sul lavoro o in palestra, o esiziali ricorsi allo shopping compulsivo per ovviare all’improvvisa carenza di affetto. Più nessun attentato alla propria salute fisica e mentale tramite bagordi gastronomici per compensare il deficit di coccole. Più nessuna crisi mistica, o conversione politica, o stazionamento perenne sul blog, per esorcizzare il dolore provocato da una squinzia crudele o da un figaccione fetente. Tutto risolto nel tempo di buttare giù un bicchiere d’acqua che accompagni il miracoloso farmaco. Nessuno si macchierà più del reato di stalking , forse con lieve disappunto della ministressa che aveva appena finito di redigere la norma; nessuno minaccerà più il suicidio per recuperare l’amato bene; nessuno si apposterà più sotto la casa del medesimo per costringerlo a recedere. Rimane solo il piccolo dubbio se qualcuno continuerà a pretendere gli alimenti, ma questo forse esula dal concetto di elaborazione del lutto. Quanto ai menestrelli che campano sugli amori andati a male, vadano pure fuori dai Baglioni.
domenica 28 giugno 2009
La morte del malato immaginario
Peter Pan è morto. Un Peter Pan che, a dispetto delle cause intentategli, non si è mai trasformato in Capitan Uncino. Sì, è vero, è stato costretto a sborsare somme da capogiro per tacitare i genitori delle sue presunte vittime e non approdare nelle aule di tribunale dove, forse, lo avrebbero massacrato. Ma Jacko non era un orco: riguardo a questo, potrei metterci la mano sul fuoco e, se non lo faccio, non è per timore di bruciarmela, bensì per il rispetto dovuto a chi, invece, di abusi, magari non sessuali, ma sicuramente psicologici, e di sevizie, tante e svariate, ne ha subiti, nell’infanzia e anche oltre. Non ignoro che persone violentate da piccole (non rileva che la violenza sia ristretta alle cinghiate, agli urlacci, ai comportamenti terrorizzanti – basta sia continuativa e pervasiva, tale da generare in chi vi soggiaccia la convinzione che non esista altro modo di relazionarsi con lui/lei) tendono spesso a replicare in età adulta le violenze su soggetti più deboli, ma Michael ha fatto male soprattutto a sé stesso. Le stelle del pop non sono generalmente ‘maledette’ come le colleghe del rock, non foss’altro per il differente alone che le circonda, per l’aura di leggiadria e talora di fatuità contrapposta all’ambaradan sulfureo che caratterizza i ‘dannati’ dell’altra sponda, più problematica e meno consolatoria: anch’esse, però, muoiono talora giovani, giusto per rimanere nello stereotipo del caro agli dei e alimentare leggende fitte di luoghi comuni sull’infelicità dei baciati dal successo; e sulle loro morti si ricama, oh, come si ricama!, ché la fine di un divo ha da essere materia di gossip quanto e più della sua vita. Le vendite di dischi debbono pur continuare. Quale icona accetterebbe di spegnersi serenamente a novanta e più anni nel proprio letto? Sarebbe credibile, per l’immaginario collettivo, un cantante vissuto fra gli eccessi e di eccessi, se non schiattasse in conseguenza dei medesimi? I sopravvissuti fanno sempre tristezza e un po’ anche rabbia, e sono i critici che si incaricano di fungere da loro sicari, se non dell’esistenza fisica dei miti alle soglie della pensione, della loro esistenza artistica, stroncandone le esibizioni dal vivo (appunto, come si permettono?) e le ultime fatiche discografiche. A malapena si digeriscono un Mick Jagger e un Keith Richards, con la scusa che, avendo sempre bazzicato il diavolo, probabilmente hanno stretto un patto con lui. Madonna cinquantenne sta cercando di riconvertirsi in regista di film, con esiti peraltro disastrosi (già mediocre attrice, non si può dire che le giovi l’essere passata dietro la macchina da presa). Michael Jackson, essendo stato il Gerovital della musica pop, sarebbe potuto sfuggire forse alla maledizione, anche se artisticamente sembrava non avere più molto da dire, ma rimaneva il problema degli eccessi, che sono arrivati puntuali a chiedergli il conto. E i suoi eccessi erano, soprattutto, nel ricorso costante e smodato ai farmaci, che parevano i suoi unici amici. Probabilmente, da paperone prodigo quale era, avrà incontrato sulla propria strada medici vogliosi di monetizzarne l’ipocondria smisurata, o semplicemente incapaci di arginarla. Il mistero della sua morte, di là dall’individuazione delle cause immediate del decesso, non è affatto un mistero: le medicine non possono venire assunte a ogni pié sospinto, senza che il fisico non paghi dazio. Una verità banale, ma importantissima in un’epoca in cui ci si rifugia nelle pastigliette e nelle compresse per qualsivoglia accenno di malanno. E meno male che non tutti posseggono i miliardi del povero Jacko, che si è distrutto candeggiandosi. Una candeggiatura continua, che lo ha logorato inesorabilmente. Una candeggiatura cercata, forse, per cancellare il proprio peccato originale: avere sacrificato l’infanzia alle mire di un padre maniaco della perfezione, un nero in cerca di interposto riscatto per il tramite di quella musica nera che i Jackson avevano nel sangue, ma che il piccolo Michael deve avere vissuto più come marchio d’infamia, viste le frustate piovutegli sulla schiena al minimo sbaglio in sala d’incisione o sul palco. Una volta cresciuto e affermatosi come solista, quel marchio gli sarà sembrato sparito, ma poi la fregola di imbianchire – o di sbianchettarsi? – lo ha assalito e non lo ha più mollato. E, con il senno di poi, a rischio di ricevere l’accusa di psicoanalisi da salotto, anche l’esibizione orgogliosa e sfrontata della propria sessualità, con quella mano protesa a magnificare in scena il pacco durante le splendide evoluzioni danzerecce, è da riconsiderare sotto una luce più sinistra: come la paura del bambino di perdere qualcosa conquistato a un prezzo troppo alto.
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